Venezia 76 #5: i Maestri della libertà

Si avvicina il giro di boa di questa settantaseiesima edizione, e il week end di fuoco chiude con il nuovo film di Steven Soderbergh. The Laundromat vuole essere una denuncia con l’aspetto di una commedia nera sullo scandalo dei Panama Papers. Il film viaggia sulla scia di un nuovo, irriverente cinema d’inchiesta, il cui esempio più celebre è La Grande Scommessa di Adam McKay. La vicenda è raccontata da molteplici punti di vista, che hanno le sembianze di Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas… ognuno preso a divincolarsi in questa rete di crediti e società inesistenti. Il film cerca allo stesso tempo di denunciare lo scandalo (passato troppo presto in archivio), dare allo spettatore qualche lezione di finanza e al tempo stesso farlo ridere, ma non riesce a fare tutto efficacemente. Delle informazioni ricevute percepiamo soprattutto il grande caos, e la struttura del racconto appare abbastanza confusionaria e poco coesa. Le singole scene però aggiungono una nota di ironia, ognuna propone un proprio microcosmo influenzato da questi meccanismi di finanza e riescono a regalare un momento di amara riflessione. Le interpretazioni degli attori sono ironiche e sopra le righe, andando a snellire un impianto decisamente complesso e macchinoso. 

Nel pomeriggio abbiamo visto il documentario Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari realizzato da Simone Isola e Fausto Trombetta. Caligari è stato un regista ignorato mentre era in vita, al punto da riuscire a realizzare solo tre film: Amore Tossico nel 1983, L’odore della notte nel 1998 e Non essere cattivo nel 2015, il cui montaggio venne concluso due giorni prima della sua scomparsa. La sua propensione per ambienti e storie violente e il rigore con cui lavorava gli hanno reso sempre molto difficile trovare chi producesse i suoi lavori, nonostante abbia scritto numerose sceneggiature. Questo è uno dei motivi per cui è stata una proiezione molto commovente che ha dato a tutti un pugno nello stomaco, non per la prima volta. Da quando siamo entrate in contatto con la vicenda di Caligari è arrivata questa rabbia per il modo in cui lui, un grande, se possiamo dirlo anche grandissimo, maestro del cinema italiano, sia stato abbandonato. È uno dei più grandi difetti della storia del sistema produttivo italiano che persiste tutt’ora. Allo stesso tempo scalda il cuore vedere quante persone ancora credono con tutte se stesse in lui, nel valore del suo cinema e nelle lezioni che ancora può dare. 

Il documentario contiene numerose interviste non solo a chi ha lavorato con lui, ma anche alla famiglia e agli amici di infanzia, per restituirne un ritratto umano. Inoltre sono tantissimi i documenti che lo ritraggono sul set, durante i casting, i festival, i programmi televisivi nel corso degli anni, e che riescono a restituire come il suo lavoro sia evoluto e come sia stato considerato da collaboratori e pubblico. È un personaggio di cui non si dovrebbe mai smettere di parlare e terremo monitorata la distribuzione di questo documentario per diffondere anche noi con tutti i nostri mezzi la sua importanza. 

Come chiusura siamo state alla proiezione di No.7 Cherry Lane di Yonfan. È difficile descrivere un’opera del genere che è andata oltre tutto quello che potevamo aspettarci. Ambientata a Hong Kong, nella turbolenta fine degli anni Sessanta, è una lettera d’amore del regista alla sua città e al cinema. Esce fuori da ogni schema, sia per quanto riguarda l’animazione che per la storia. La prima è tutta costruita su disegni fatti a mano da Yonfan, animati in modo bidimensionale e con una lentezza nei movimenti dei personaggi che all’inizio risulta straniante ma poi accompagna in modo perfetto la profondità dei loro caratteri. La storia è spiazzante perché dondola con una forte nonchalance tra reale e surreale, giocando con elementi contrastanti che, come spiegato dallo stesso regista, vanno dal dentro al fuori, dall’alto al basso, dal vizio alla virtù, dalla guerra alla pace, dalla bellezza alla bestialità, dall’est all’ovest, dal non ortodosso al classico, dal spirituale al fisico. Un’opera interessante e rilevante anche per il modo in cui si specchia con l’attualità delle manifestazioni e degli scontri che stanno avvenendo in questi mesi a Hong Kong.

L’accenno politico non è però il protagonista, rappresentato invece dalla storia d’amore tra Ziming e la Signora Yu. Un amore che sfora con molta facilità nel surreale che può risultare assurdo a uno sguardo occidentale, tant’è che in sala ci sono state reazioni contrastanti tra cui tanta ilarità. Ma è un film che rivela una grande libertà artistica e desiderio di espressione, le caratteristiche necessarie per essere selezionato in concorso.

Siamo quasi a metà festival e continuiamo sempre più cariche la corsa in questa edizione a dir poco unica.

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