Venezia 76: considerazioni su Joker e gli altri film

Si è conclusa la 76^ edizione della Mostra del Cinema di Venezia, dove abbiamo visto una buona quantità di film con giocattoli meccanici, bambini indemoniati, figure materne affrante, spettri della crisi, animali maltrattati (ma questo è un prerequisito necessario per essere ammessi nella selezione), numerose bottiglie di vino. Ma soprattutto non si erano mai viste così tante famiglie disfunzionali tutte insieme, compresa quella composta dalla giuria del concorso. Dopo la serata di premiazioni è stato confermato come la giuria non sia stata unanime nell’assegnazione di quello che sembra essere uno dei Leoni d’Oro più inaspettati di sempre: Joker di Todd Phillips (regista di Una notte da leoni, Parto col folle, I Trafficanti). 

Dopo l’ampio dibattito sull’inserimento di questo film nella sezione di concorso ora siamo passati alla discussione sulla “giustizia” o meno di questo premio (nonostante ad averlo visto sia ancora una ristrettissima fetta di pubblico). Vorremmo approfittare di questo articolo per inserirci in questo dibattito con la nostra opinione, che vuole spezzare una lancia in favore della calma e della chiarezza. 

Joker è un film coraggioso e che in questo momento è uno step necessario per il cinema di genere. E’ riuscito a inserirsi nel proficuo filone dei film di supereroi facendo qualcosa di molto diverso. Chiariamo subito che Joker non è un vero e proprio cinecomic: sebbene parli di un personaggio dei fumetti DC la sceneggiatura è originale, quindi la storia raccontata è del tutto inedita. Il film propone una sua versione delle origini del Joker, ponendo l’accento sulla malattia mentale, sugli aspetti più dark del personaggio e innestando la storia su uno sfondo di forte disagio sociale. Non è qualcosa di completamente innovativo, poichè ci sono già stati diversi film di supereroi che guardano ai lati oscuri dei propri personaggi: pensiamo a Kick-Ass di Matthew Vaughn, o a Watchmen di Zack Snyder, film di livello altissimo che sono riusciti a conquistare l’approvazione sia della critica che del pubblico. 

Qual’è quindi il potere di Joker? Quello di essere arrivato al momento giusto. Dopo la scorsa annata degli Oscar, dove il film di supereroi è entrato nell’Academy con la candidatura di Black Panther, il mondo del cinema sta alzando le orecchie alla presenza di film che incarnino il mix di supereroi+ qualità+ pubblico. 

Nonostante i dubbi iniziali, quando abbiamo visto il film lo abbiamo trovato molto adatto al concorso. E’ un’opera che vuole rompere gli schemi, che vuole provocare e al tempo stesso avvicinarci a ciò che non capiamo, che osa nelle soluzioni tecniche, che gode dall’estetica della propria messa in scena ed è animato da un protagonista magnetico interpretato dal grandissimo Joaquin Phoenix. 

Certo è che non era l’unico film in concorso. Sono stati diversi i film sostenuti come possibili Leoni d’Oro, tra cui Ema (il nostro candidato principe), J’accuse, The painted bird, Marriage Story e Martin Eden. La vittoria di Joker secondo noi non è da attribuire solo alla qualità del film, ma anche ad altre contingenze. La giuria pare abbia avuto difficoltà a mettersi d’accordo, forse anche per le polemiche intorno al caso Polanski, e forse ha pensato che sarebbe stato meglio optare per un titolo di richiamo e che suscitasse subito una reazione. Questa è la spiegazione che ci diamo, considerando che altri titoli avrebbero meritato di più, forse proprio quelli che sono stati gratificati con premi differenti. Pensiamo a Martin Eden premiato con la Coppa Volpi a Luca Marinelli, a Polanski insignito di Gran Premio della Giuria e a Yonfan Leone per la Sceneggiatura di No. 7 Cherry Lane.

Mentre per Arianna è stata una edizione con qualche perplessità, come potete leggere nell’articolo scritto con i pronostici, per me, Elisa, è stata la migliore edizione della Mostra a cui io abbia partecipato. Questo entusiasmo a caldo è forse dovuto anche al fatto che l’anno scorso per me sia stata un’edizione molto piatta, senza film da cui io sia uscita con brividi di estasi e gioia. L’unico lavoro per cui era successo è stato Shadow di Zhang Yimou che però era stato presentato Fuori Concorso. Quest’anno invece ci sono stati diversi film che mi hanno regalato le emozioni forti che mi avevano dato gli anni prima Ang Babaeng Humayo di Lav Diaz, Foxtrot di Samuel Maoz e mother! di Darren Aronofsky, per citarne alcuni. Infatti della 76^ edizione porterò per sempre con me Marriage Story, da cui sono uscita con la pelle d’oca, cosa che non mi succedeva da moltissimo tempo; Ema per la sua indescrivibile potenza; No. 7 Cherry Lane per il suo pulsare di passione per l’amore, per il cinema, per Hong Kong e per la vita e tanti altri. Per la prima volta nei miei anni al Lido non sono uscita da nessuno dei film del concorso dicendo “che orrore”, “che brutto, perché diamine è stato inserito in questa competizione?”, ecc. ll livello di qualità dei film, per mio gusto personale, è stato molto alto e sono davvero soddisfatta dell’equilibrio che si è creato tra le varie opere in Concorso nel loro essere tanto diverse e lontane quanto simili per qualità. Certo, non ho visto tutti i film in competizione e su un paio dei titoli ho ancora grosse perplessità, ma a livello generale Venezia 76 mi ha offerto una grande speranza per il cinema a venire. Speranza che di certo prima non mi mancava per il mio bisogno di fiducia nei confronti dell’arte che amo di più, ma ora è ancora più forte di prima. Vado avanti con un desiderio di scoperta e ispirazione rinnovati, di cui sono molto grata alla Mostra del Cinema. 

I cinque preferiti di Elisa:

Marriage Story, perchè contiene una delle sequenze più incredibili che io abbia mai visto. Non dal punto di vista tecnico, ma da quello della scrittura e della recitazione. Sono rare le performance che mi hanno fatto venire la pelle d’oca e quella di Adam Driver è qualcosa che difficilmente dimenticherò.

No. 7 Cherry Lane, per il suo essere del tutto fuori dagli schemi e per la libertà con cui rappresenta il desiderio nei suoi aspetti più razionali e irrazionali. Un poema dedicato al cinema, alla vita, a Hong Kong che è una visione unica. 

Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari, perché Caligari è stato e sempre sarà una delle figure più importanti per me quando si parla di cinema italiano. Questo documentario realizzato da Simone Isola e Fausto Trombetta è ottimo nel cogliere l’essenza di questo grande regista, che è una enorme fonte di ispirazione per aver sempre seguito la sua passione senza mai compromettersi e rimanendo sempre se stesso. 

Saturday Fiction per il modo in cui gioca tra realtà e finzione inserendo lo spettacolo teatrale nella storia e sfidando lo spettatore a stare in uno stato di costante attenzione per non farsi sfuggire nulla. 

Aru Sendo No Hanashi (They say nothing stays the same) per il modo in cui affronta l’evoluzione umana attraverso la storia di un singolo individuo e tutto ciò che gli ruota attorno. Per le riflessioni che genera sulla morte, sulla reincarnazione e il modo in cui raffigura le varie tradizioni della cultura giapponese. E per l’incredibile fotografia, che ad ogni inquadratura fa sospirare per la bellezza, realizzata da Christopher Doyle.

I cinque preferiti di Arianna:

Ema: rabbioso e noncurante, questo è un film che ci porta in un territorio inesplorato dove sinceramente non avevamo mai pensato di andare. Una protagonista magnetica ci trascina sul campo libero, dove, nel bene e nel male, tutto dipende da noi.

Adults in the Room: la crisi economica greca (e dell’Europa) raccontata coi ritmi di un thriller spionistico che si svolge alla luce del sole, dove si può anche sorridere e danzare il sirtaki.

Corpus Christi: premessa avvincente e interpreti di livello sono stati messi alla prova in questa storia costruita sapientemente usando strategie del cinema classico, ricca di colpi di scena, tensioni e ilarità in un equilibrio affatto scontato. 

The Burnt Orange Heresy: anche qui la narrazione classica è la base. Un thriller hitchcokiano ambientato nel mondo dell’arte, che tiene la tensione dal primo minuto all’ultimo. Fantastici gli interpreti Claes Bang, Elizabeth Debicki e Donald Sutherland.

Atlantis: in una Ucraina post bellica nel 2025 un uomo cerca di tornare alla normalità, ma intorno a sé ci sono solo gli spettri della nostra storia recente. Lento e inesorabile, colpisce per la sua messa in scena e i lunghi piani sequenza a quadro fisso. 

Avremo ancora tante occasioni per parlare della Mostra, soprattutto quando scopriremo quali di questi film verranno candidati per gli Oscar. Nel frattempo qui si chiude il nostro daily report, in attesa della prossima edizione che si svolgerà al Lido dal 2 al 12 settembre. 

Leave Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *