Venezia 76 #6: Realtà dietro la finzione

Da ieri è cominciata la seconda parte del festival, ma non sono finiti i titoli clou di questa edizione. 

La nostra giornata si è aperta con Martin Eden di Pietro Marcello, uno dei tre titoli italiani in concorso. Già il fatto che questo autore sia in competizione è un grande segnale. Pietro Marcello si è infatti distinto negli ultimi anni con uno stile unico, che ha incanalato soprattutto nella produzione documentaria. Con La bocca del lupo ha unito la ripresa di storie vere con materiali di archivio recuperati, testando un dialogo tra epoche e luoghi diversi. In Martin Eden il documento incontra la fiction, sull’impianto dell’omonimo romanzo di Jack London. Seguiamo la storia del protagonista interpretato da Luca Marinelli, che da semplice marinaio scopre l’amore per la lettura e in seguito decide di diventare scrittore, nonostante non abbia terminato gli studi elementari. Una storia di conquista e caduta, raccontata però con uno stile asciutto e diretto, dove non c’è spazio per giri di parole ma solo per sana poesia e dibattito. La storia acquista dimensione grazie ai materiali di repertorio storico, che aggiungono sostanza all’ambientazione dell’Italia negli anni ’50 e ’60. Si possono leggere tanti riferimenti celati a grandi film come Novecento e Barry Lyndon, e anche se questo film non raggiunge quel livello rimane un esperimento riuscito e che prende le distanze da precedenti autori italiani. 

The King di David Michôd era tra i titoli più chiacchierati per la presenza del giovanissimo Timothée Chalamet, che a soli ventitre anni ha già lavorato con numerosi registi di successo e ha già conquistato una nomination per il suo ruolo in Call Me By Your Name. Il film parla della salita al trono di Enrico V, ispirandosi all’opera di Shakespeare. Dalle prime immagini si prospettava un film molto dark, ma a conti fatti ne vediamo uno molto regolare, sia nei toni della fotografia sia nello sviluppo narrativo. È interessante però vedere come questo film non resti vincolato alla prospettiva storica, attualizzato molto i personaggi: abbiamo scambi di battute, distensione comica e un appiattimento della normale gerarchia tra re, principesse e soldati, che dialogano tra loro senza vincoli. In effetti il film propone un clima quasi infantile e giocoso, dove si passa dal duello con la spada alla lotta libera nel fango, quasi come stare in un parco giochi. Il cast è ben assortito ed efficace, anche nella gestione delle parti comiche, tra cui un Robert Pattinson particolarmente beffardo e con l’accento francese.

Nella sezione Giornate degli Autori è stato proiettato Corpus Christi di Jan Komasa, film polacco. Parla di un ragazzo appena uscito dal riformatorio con il desiderio di diventare prete. Di fronte all’impossibilità di procedere nel percorso del seminario e di una cittadina rimasta improvvisamente senza parroco, il ragazzo decide di spacciarsi per sacerdote e riesce, ibridando insegnamento cattolico e la sue esperienze criminali precedenti, a rivoluzionare la vita cittadina, scossa da un recente trauma. La premessa è molto accattivante, e il film è costruito bene: la sceneggiatura porta nei checkpoint necessari, senza mai perdere di brillantezza, regia e fotografia rapiscono per la loro bellezza e libertà, e infine gli interpreti, tra cui spicca il protagonista, rendono il viaggio coinvolgente, sorprendente e molto eccitante. Se pensate di immaginare già come va a finire, sappiate che questa storia riesce a non diventare scontata. 

La giornata si è conclusa con il film in concorso The Painted Bird, firmato da Václav Marhoul, film rappresentante della Repubblica Ceca. Unico film in concorso girato in un bellissimo bianco e nero, in linea con il gusto dell’est Europa, ed è la trasposizione dell’omonimo romanzo autobiografico. Il film parla di un ragazzino abbandonato a se stesso, che nel tentativo di ricongiungersi ai genitori passa di mano in mano a diversi adulti che perpetuano violenze sempre peggiori, in un diabolico quanto plausibile girone infernale. La storia si svolge nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, in un momento dove fame, paura, necessità regnano sopra il rispetto per l’altro, a maggior ragione se si tratta di un bambino incapace di difendersi. Il film non lascia alcuna tregua allo spettatore, che non può che restare atterrito di fronte alla quantità di violenza che viene mostrata. Sadismo? Sicuramente la mano è calcata, ma non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fatto che sono tutte cose che possono essere successe in quel contesto. La brutalità costante ed esibita permette, di contrappunto, un forte slancio poetico in numerose immagini, soprattutto perché il bambino protagonista resta in silenzio praticamente per tutto il film. La capacità di rappresentare le sue emozioni e la sua evoluzione attraverso le sue disavventure è quindi del tutto delegata al potere delle immagini. 

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