Venezia 76 #3: giorno di contrasti

Nella terza giornata al Lido tutti gli occhi sono stati puntati sull’atteso J’accuse di Roman Polanski, che si propone come accurata ricostruzione del caso Dreyfus. Anche in un film storico Polanski punta sulla tensione del dramma tra tradimento e giustizia, scegliendo di lottare dalla parte del perdente. È facile vedere la sua immedesimazione nei protagonisti, ma è l’unico raro accenno che fa pensare alla sua storia personale e alle controversie legate alla sua presenza al lido. Un intrigo di palazzo ben elaborato e raccontato in maniera pulita. Gli anni di massima sperimentazione del regista sono finiti, ma nonostante l’andamento rilassato resta un film ben riuscito. 

La Settimana della Critica ha presentato il suo primo film in concorso, El Principe di Sebastián Muñoz. Il film è imperniato sulla ricerca disperata di un contatto umano, in un contesto dove è quasi impossibile trovarlo. Il protagonista Jaime viene messo in prigione dopo aver assassinato il ragazzo amato, colpevole di non ricambiarlo, e si trova catapultato in un mondo dove il contatto fisico è una moneta di scambio, ma anche l’unico modo per trovare un sostegno. Il sesso è un elemento che pervade la pellicola in modo provocatorio e diretto, assumendo tutte le accezioni possibili senza mai risultare fuori luogo. Non è un film dalla regia ricercata, ma per i suoi contenuti e interpretazioni coinvolge dall’inizio alla fine.

Come penultima visione della giornata siamo state alla proiezione di Electric Swan, mediometraggio della greca Konstantina Kotzamani. Lo straniamento tipico della New Wave greca viene trasferito in modo perfetto a Buenos Aires. La rappresentazione delle differenze di classe avviene con la metafora di un a palazzo che a causa di una perdita d’acqua comincia a dondolare. Il suo movimento genera nausea e spaesamento nelle persone che vivono nel palazzo, in un limbo tra reale e magico che Kotzamani, come la maggior parte degli autori greci contemporanei, riesce a rappresentare perfettamente. Emblema di quest’opera è il cigno e la domanda di un gruppo di turisti cinesi che vedendolo si chiedono se hanno di fronte un animale vero o un animale elettrico, messo apposta per compiacere i turisti. 

Il nuovo film di Pablo Larraín è qualcosa di completamente diverso dai suoi lavori precedenti. Dimenticate il riflessivo vagare onirico, qui si piomba nel ritmo sincopato di una danza ubriaca e struggente. Ema è un film audace, teso come una corda verso la spiazzante manifestazione di una persona del tutto fuori dagli schemi. Ema infatti non è una persona affidabile, ma riesce comunque a lavorare, intessere relazioni e avere un bambino. La contraddizione è parte integrante della sua persona: il suo desiderio di distruzione è forte tanto quanto quello di vita, e tutti quelli che le stanno intorno possono solo seguire il suo esempio, stare con lei o contro di lei. Larraín costruisce un palcoscenico perfetto per mostrarla in tutte le sue sfaccettature, senza paura di osare nella scelta delle ambientazioni e dei costumi, per non parlare delle numerose sequenze dedicate al ballo. Accanto al più conosciuto Gael García Bernal vediamo Mariana di Girolamo, che conquista la scena in maniera superlativa. Un film completamente libero, sfacciato nella sua proposta di una storia dove niente è naturale, ma riesce a diventarlo. Come i capelli biondo platino di Ema, finti e fastidiosi, senza i quali non sarebbe più lei.

Abbiamo scritto questo articolo in coda per il Joker e non vediamo l’ora di dirvi cosa ne pensiamo di uno dei film più attesi di questa edizione!

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