Us: successo meritato?

E’ arrivato in sala l’attesissimo secondo film di Jordan Peele: Us. Il regista e comico americano ha già conquistato il pubblico di tutto il mondo con il suo primo film Get Out, per il quale si è conquistato anche un Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale, entrando nella storia come il primo afroamericano a vincere questo riconoscimento.

E’ necessaria una breve premessa. Ciò che ha reso celebre Jordan Peele e Get Out è stata la capacità di destreggiarsi con il linguaggio di genere del cinema horror ibridandolo con una smarcata comicità e soprattutto con una forte critica politica che da la direzione al film e che aggiunge una profonda inquietudine al suo messaggio.

Da Us il pubblico si aspettava le stesse brillanti caratteristiche ambientate in uno scenario diverso. Us infatti ci porta in un luogo differente, dove la storia si sviluppa attorno all’aggressione di una famiglia da parte dei loro perfetti doppi.

Questo film è subito diventato uno dei titoli più attesi della stagione e ha totalizzato 71 milioni di dollari negli USA solo nel primo weekend.

Possiamo parlare di un successo meritato?

In questo articolo vi darò le mie impressioni sul film, stranamente in accordo con quelle di Elisa. Per farlo sarà necessario fare spoiler, quindi se non avete ancora visto Us vi consigliamo di tornare a leggerci più avanti.

Quello che possiamo dire senza toccare dati sensibili della pellicola è che senza dubbio il film da un sacco di spunti interessanti e tiene incollati allo schermo dal primo all’ultimo minuto. Senz’altro è un film che vi terrà ore fuori dalla sala a parlarne con i vostri amici, e già solo per questo si dovrebbe beccare un 10+.

Però!

Il film è stato scritto dallo stesso Peele, e la trama segue una struttura che rientra nel canone classico dell’horror: c’è un prologo, una scena iniziale con il flashback che ci dispone agli eventi che vedremo nel film, e poi abbiamo i regolari tre atti, scanditi da altrettanti turning point. La struttura contempla anche un altro elemento tipico del genere horror, cioè una rivelazione finale.

Dopo il prologo, in cui vediamo la protagonista Adi bambina confrontarsi con il suo doppio, entriamo in un primo atto molto denso in cui vediamo la famiglia felice arrivare alla casa al mare ed essere aggredita da questa famiglia di doppioni, riemersi da un luogo altro e assetati di vendetta. A rigor di logica in questo momento dovrebbe prevalere lo spaesamento, noi spettatori dovremmo rimanere in sospeso con la domanda “Perchè queste copie vogliono vendicarsi?”. In realtà la spiegazione viene data subito, e si passa a quattro diverse scene di azione che seguono i quattro membri della famiglia. Una volta avuta la meglio su di loro, i protagonisti fuggono tutti insieme per rifugiarsi a casa dei vicini, ed è qui che abbiamo il vero colpo di scena che ci apre al secondo atto del film.

In una sequenza molto ben girata vediamo la famiglia bianca massacrata dai suoi doppi, che ci rivela come la famiglia protagonista non sia un caso isolato. In tutto il paese infatti questi cloni stanno aggredendo gli umani. Questo colpo di scena è destabilizzante perché cambia il contesto entro cui la nostra azione si sta svolgendo, non più una vicenda privata ma una apocalisse globale.

Accettato questo si apre il secondo atto in cui il conflitto si inasprisce, la violenza aumenta, la posta in gioco è sempre più alta, fino alla seconda fuga dei protagonisti. Quando sembra che le cose possano andare bene ovviamente gli equilibri si rovesciano nel momento in cui il clone di Adi rapisce il figlio piccolo Jason e costringe la protagonista a seguirla. Adi, con innaturale sicurezza, torna nella casa degli specchi della sua infanzia, scende numerose rampe di scale ed entra nei sotterranei dove i cloni hanno vissuto finora.

Qui abbiamo il secondo grosso disvelamento della trama, che vorrebbe dare delle risposte su cosa siano questi cloni e perchè stiano agendo così. La modalità con cui ci viene esposta è quella del classico spiegone, con il genio del male che enuncia il suo malefico piano mentre noi, e la protagonista, stiamo fermi ad aspettare. Non solo è una modalità basica che viene a noia in pochissimo tempo, ma inoltre la spiegazione che ci viene data vira alla fantascienza.

A mio parere questo film avrebbe retto benissimo senza dover per forza trovare una scusa realistica per l’esistenza di questi cloni, anche perchè così ci sarebbero davvero troppe cose da spiegare: come hanno fatto 327 milioni di cloni a vivere sottoterra, senza aria, mangiando solo conigli crudi? Come si sono vestiti? Come hanno avuto cure mediche? Sono coscienti? Fino a che punto sono connessi ai loro originali? Come hanno fatto a procurarsi migliaia di forbici dorate? E poi, se sono un esperimento fallito del governo, non sarebbe stato più facile sterminarli tutti piuttosto che mantenerli a vivere sottoterra per sempre?

Domande di cui il film non si preoccupa di rispondere perchè non sono interessanti per lo sviluppo della trama, ma che sorgono nella mente dello spettatore. Se la storia fosse rimasta su una pista surreale, supponendo piuttosto che questi cloni sono degli “scarti”, delle manifestazioni delle cose orribili che abbiamo dentro uscite da un’altra dimensione, lo spettatore non andrebbe in cerca di spiegazioni logiche.

Mentre parlavamo dopo la visione del film Elisa ha detto una cosa molto interessante e vera: va bene che un film lasci aperte delle domande per lo spettatore, ma non che lo lasci coi dubbi. Un film può certamente essere enigmatico, ma deve permettere allo spettatore almeno di trarne una sua versione. Questo spiegone fatto anche velocemente, a mo’ di aggiustamento, non mi è piaciuto molto.

Al contrario, l’ultimo colpo di scena della pellicola è molto esemplificativo di ciò che diceva Elisa. Ad appena una scena dalla fine del film scopriamo che Adi è in realtà un clone. Questo momento poteva essere previsto, lungo il film ci sono moltissimi indizi che aiutano lo spettatore a scoprire questo elemento prima della fine del film, ma io personalmente non ci ero arrivata e la scoperta mi ha colpita come un macigno. E soprattutto mi ha fatto ripensare a tutte le scene che avevo visto finora in un’altra ottica, dandomi una nuova versione dei fatti, un nuovo film praticamente.

C’è però una interessante teoria di cui non parleremo qui ma che segnalo. Cioè che nello sguardo che Adi e suo figlio Jason si scambiano alla fine sia celato un altro grosso sconvolgimento della storia, e cioè che Jason sia anche lui un clone, scambiato l’anno precedente ai fatti narrati.

Nelle due ore di durata della pellicola abbiamo quindi tre turning point, ognuno con un peso diverso:

  • La sequenza in cui la seconda famiglia viene sterminata è efficace e ben girata ma troppo rapida nell’economia della storia.
  • Il momento dello spiegone perde di efficacia proprio perché affidato a un voce che racconta, e sebbene l’inquadratura sul volto di Red sia particolare, molto interessante e inframezzata da flashback, risulta comunque statica e non aiuta ad accettare il risvolto fantascientifico già in sé problematico.
  • L’ultima raffica di flashback di Adi che ricorda di essere lei stessa il doppione è il momento clou veramente efficace e destabilizzante, nonostante siano seminati per tutto il film degli indizi che possono suggerirlo. Forse è un peccato che una rivelazione interessante avvenga a una scena dalla fine?

Il film propone una serie di livelli stratificati di messaggio, che possono essere riassunti così.

Innanzitutto è un film sulla diseguaglianza sociale, che estremizza la tematica di un gruppo di individui a cui sono date delle possibilità, gli umani, e un gruppo privato di tutto, cioè i cloni. Questa tematica è affrontata anche nel confronto tra la famiglia protagonista e la famiglia bianca, che fanno a gara a chi ha la barca più grossa.

Poi è un film sull’ipocrisia con cui trattiamo il prossimo. La metafora è palese nella modalità con cui i cloni emergono e protestano per la loro reclusione imitando il gesto dell’iniziativa Hands Across America, una manifestazione per sensibilizzare sulla povertà nel paese. Questo gesto di unire tutto il paese attraverso migliaia di persone che si tengono per mano viene completamente stravolto, passando da un messaggio di carità a un’inquietante immagine di una catena che strangola l’America, sottintendendo come la forma non basta, che dietro un messaggio di pace e comunità può risiedere ben altro.

Questo assume un ulteriore livello di senso se pensiamo all’ultimo, più importante messaggio che regge il film, palesato anche nella promozione del film dallo slogan Watch yourself: la nostra paura più grande siamo noi. Il vero nemico che può annientare la società per come la conosciamo siamo noi, specialmente quel lato di noi che non vogliamo affrontare, quello egoista, violento, superiore. Questo messaggio, il più potente a mio parere, è stato però depotenziato dal risvolto fantascientifico della trama, che rompe l’atmosfera surreale e definisce il confine tra noi e l’altro, tra l’umano e il clone. Nuovamente quindi sottolineo come questo punto della sceneggiatura abbia rovinato un po’ il mood generale che il film stava costruendo, e ha chiuso le possibilità più intimiste e surreali che forse avrebbero intrigato di più lo spettatore.

Abbiamo definito come il film sia un ibrido tra suggestioni surreali e fantascienza, un mix del quale non sono molto convinta. Considerato che in più vuole essere anche virato alla commedia e lanciare i messaggi forti che abbiamo visto sopra, forse ha voluto strafare?

La criticità della spiegazione fantascientifica, oltre a essere veloce e non esauriente, trova un grosso conflitto con l’ambientazione costruita soprattutto attraverso simboli, più o meno chiari.

Su alcuni si era giocato già in fase di promozione del film, per esempio sulle forbici come arma dei cloni o i conigli che percorrono i sotterranei, elementi che già dal trailer avevano fatto sorgere ogni tipo di supposizioni. Si tratta di simboli che, oltre a condividere una fisionomia, specchiano la valenza dei cloni: le forbici sono due lame speculari che lavorano solo se connesse tra loro, i conigli sono animali connotati dalla loro rapidità nella riproduzione, nonché un simbolo doppio di innocenza e ferinità al tempo stesso. Poi si possono elencare altri simboli meno noti ma immediatamente riconosciuti come tali, come il verso 11.11 della Bibbia, che probabilmente nessuno conosce a memoria. Ma una volta scoperto che recita:

Perciò, così parla il Signore: “Ecco, io faccio venir su di loro una calamità, alla quale non potranno sfuggire. Essi grideranno a me, ma io non li ascolterò

tutti penseranno “ahn, ha senso”. Per forza ha senso, tutti questi simboli sono matematicamente incastrati per suggerire in ogni momento un ulteriore livello di senso. Questo vale per i vestiti dei protagonisti, per ciò che mangiano, le parole che usano, tutto è scritto con scrupolosa attenzione. È quando ci troviamo a ricondurre questi elementi alla realtà dei fatti che cade il palco. Sono sicuramente molto suggestive le tute rosse da operaio indossate dai doppi, un simbolo di rabbia e di vendetta, ma anche un abito standardizzato e riconducibile alla lotta di classe. Però come hanno fatto, abbandonati a se stessi nel sottosuolo, a reperirle o fabbricarle senza nessuna abilità o possibilità di reperire i materiali?

Il che conferma come questo film sia stato compresso tra necessità completamente diverse, tra un autore che deve difendere la sua fama acquisita e un marketing sfacciato.

Questi elementi possono risvegliare lo spettatore puntiglioso che è in noi, ma tutti i dubbi potrebbero sparire quando veniamo a sapere che Jordan Peele ha dichiarato di aver pensato a questo outfit per la sua semplicità così che potesse essere facilmente replicato per Halloween.

Elizabeth Moss

Il film è sostenuto da una serie di attori che hanno dato il meglio di sé, tra cui tre attrici, Elizabeth Moss, Madison Curry e Lupita Nyong’o.

La sfida di interpretare nel film due personaggi, uno lo specchio dell’altro, è stata portata a termine con risultati ottimi. Elisabeth Moss, che abbiamo conosciuto per il suo delicato ruolo in The Handmaiden, da il peggio di sé nel ruolo di una donna superficiale, insoddisfatta e dedita all’alcol, il cui doppio sembra invece provare più emozioni di lei. Madison Curry è invece alla sua prima apparizione sullo schermo e con la sua interpretazione del diabolico doppio della giovane Adi è già entrata a pieno titolo nel pantheon degli incubi del cinema. Ha costruito sul suo inquietante ruolo una mimica facciale grottesca ed eccessiva che sul corpo di una bambina fa rabbrividire.

Madison Curry

Infine la star del film Lupita Nyong’o, che dall’Oscar per 12 Anni Schiavo è in rapida ascesa, qui ha dato un’interpretazione memorabile, soprattutto per l’uso della voce roca quando interpreta il suo doppio, capace di incuriosire e destabilizzare al tempo stesso, ma anche per i gesti e i movimenti che ha saputo bilanciare tra grazia e potenza nell’interpretare i due ruoli. È stato recentemente reso noto dall’Huffington post che la Nyong’o è stata preparata per 4 mesi prima delle riprese da una ballerina e coreografa che si è occupata di codificare tutte le sue azioni tenendo conto del passato da ballerina del personaggio ma anche delle caratteristiche acquisite nella sua prigionia come doppio, come per esempio la sua incapacità di andare a ritmo.

Lakeith Stanfield in Get Out

Get Out e Us sono film sono molto diversi. Ci sono già online delle teorie secondo le quali le due pellicole farebbero parte dello stesso universo, ma secondo me condividono solo un nuovo, rispettoso approccio al genere horror che è la firma di Peele. Nei due film ci sono forti critiche sociali, esposte in maniera spaventosa, ma anche affrontate in una cornice che permette la commedia. Questa crasi di elementi diversi è molto più equilibrata in Get Out, un film che forse partiva con meno ambizioni ma con le idee chiare su dove voleva portare. Il contesto in cui è ambientata la storia è anche più ristretto, sono pochi i personaggi coinvolti rispetto alla crisi globale descritta da Us.

In definitiva secondo me Us è un film da vedere. Non è un film perfetto, ma è un film che vorrei rivedere subito, e che mi ha stimolato a cercare, confrontarmi, leggere e infine a fare questo articolo molto diverso dal solito. Penso inoltre che al di là delle imperfezioni sia un film memorabile per come è stato elaborato, per la sua messa in scena, le sue interpretazioni e le sue spettacolari musiche. Sebbene Get Out sia secondo me un film superiore, che resterà nella storia del cinema, Us, anche se non altrettanto buono, resta una dimostrazione di forza per un regista che sa cosa vuole. Speriamo continui a fare film che fanno parlare di sé.

Arianna Vietina

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