I-Scream – The Cabin in the Woods

E’ difficile dire se questo film sia più adatto a chi ha visto molti film horror o a chi non ne ha visto nessuno. Sicuramente può essere visto da un neofita perché non necessita di una particolare preparazione o tempra. Ma allo stesso tempo metà del divertimento consiste nello scovare tutti i riferimenti che ci sono nel film, poiché è un horror che prende in giro il genere horror. E non solo.

*Le parti evidenziate in rosa contengono spoiler.*

The Cabin in the Woods è uscito nel 2012 per la regia di Drew Goddard al suo debutto come regista (negli anni successivi ha realizzato i sequel di Cloverfield, World War Z, The Martian, Deadpool 2, Bad times at El Royale) con un forte sostegno di Joss Whedon, creatore di Buffy, sceneggiatore di Toy Story e regista di The Avengers.

Le radici si fondano dunque su uno stile narrativo molto comprensibile, immediato, e sicuramente influenzato da tantissima cultura popolare. Non è difficile immaginare questi due autori seduti in salotto (magari simile a quello della cabin del film) e scherzare: “Che ne pensi di fare un film con tutti i cliché del genere horror ma che sia in grado di spaventare comunque?”. Certo, Scream aveva già tentato questa impresa nel 1996, riscuotendo grande successo, ma parliamo di 16 anni anni prima della realizzazione del film di Goddard. Il cinema horror si è nuovamente seduto e Joss Whedon ha infatti dichiarato che il progetto di The Cabin in the Woods è nato proprio per rispondere al calo costante di originalità del genere.

Quindi: The Cabin in the Woods è davvero un originale punto di svolta del genere?

A prima vista non sembrerebbe. Il film ha due “inizi”, ma mentre nel primo non ci viene dato il tempo di immergerci, nel secondo invece veniamo catapultati nel classico incipit dei film horror: il gruppo di amici in piena tempesta ormonale decidono di partire per un weekend isolati nei boschi, al fine principalmente di ubriacarsi e mollare i freni inibitori. Un contesto non solo molto visto, ma giocato in maniera radicalmente opposta al solito, in modo da rendere non proprio immediata l’empatia coi personaggi. La loro natura frivola è palese, così come le insicurezze e i vizi, e questo porta a mettere una distanza tra noi e loro. Una distanza che però varia nel corso del film. Solitamente i film cominciano facendoti avvicinare al gruppo di personaggi e poi distanziandoti, man mano che si scopre quello e quell’altro difetto. Qui invece avviene il contrario: partiamo guardandoli con sufficienza, ma impariamo a tifare per loro dopo, scoprendo a piccoli passi che non solo loro a essere scemi, bensì qualcosa li ha resi tali.

I cinque ragazzi infatti non sanno di essere stati “invitati” nel cottage da una compagnia segreta che si occupa di gestire sacrifici umani votati agli Antichi. Detta così sembra una cosa decisamente fuori misura, ma la storia parla proprio di questo. Il mondo è sorretto da delle entità antiche che chiedono ogni anno dei tributi di vite umane, e ogni paese nel mondo ha una sua equipe che seleziona le vittime, le prepara al macello e segue passo passo la loro esperienza fino alla morte. Per agevolare questo processo gli scienziati usano una serie di escamotage, come la tinta per capelli o dei diffusori per drogare i ragazzi e renderli stupidi, per farli rientrare in quelle classiche situazioni da film horror. Emblematica la scena in cui Chris Hemsworth decide che è meglio dividersi invece che restare uniti proprio perché in quel momento ha inalato una di queste droghe. In questi elementi il film si mostra nei suoi aspetti più giocosi e paradossali, andando però a stratificare i suoi livelli di senso. In questo modo il film si sta di certo prendendo gioco del format dello slasher movie, ma sta anche parlando di un sistema di adulti che controlla i giovani, nonché creando un livello meta cinematografico in cui gli scienziati ricoprono il ruolo di sceneggiatori nella storia che i personaggi stanno vivendo.

Il film riesce a portare avanti questi livelli di lettura pur rimanendo a tratti quasi ridicolo e pieno di cliché. E riesce a farlo proprio perché lo scopo è quello di giocare con le strutture del film horror, i jumpscare, le movenze dei mostri, le battute ricorrenti.

Il ritmo di un normale film horror viene interrotto dalle frequenti sequenze ambientate nel laboratorio dove gli scienziati della compagnia stanno monitorando la situazione. In questo modo la tensione viene rotta, viene dato allo spettatore il tempo di prendere fiato, ma al tempo stesso quello spazio che sembra lontano dall’azione diventa man mano lo scenario delle scene più atroci.

Gli scienziati sono ormai abituati al rituale, che si svolge ogni anno, e fanno scommesse tra di loro, si prendono gioco dei ragazzi e inveiscono contro di loro quando riescono a mettersi in salvo. Dalla sala di controllo noi vediamo anche cosa sta accadendo nello stesso momento negli altri paesi, ognuno impegnato a mettere in campo i propri mostri. Vediamo una sorta di King Kong, posti rasi al suolo come nei film apocalittici, e quando si parla del Giappone, unico altro paese che ancora può realizzare il rituale a parte gli USA, vediamo una classe al cui interno sono rinchiuse una decina di bambine sulle cui teste vola un fantasma molto simile a Samara di The Ring, a sua volta una evoluzione della tradizione di horror con fantasmi giapponese. Le bambine riescono a sconfiggere il fantasma, prendendosi per mano e recitando una preghiera che trasforma il mostro in una ranocchia. Di fronte a quest’immagine quasi disneyana di pace e armonia gli scienziati inveiscono “Fuck you” rivolgendosi alle ragazzine.

Ma il momento di maggior inquietudine è quando l’ultima ragazza rimasta, Dana, si trova a fronteggiare uno degli zombie che si aggirano attorno al cottage, rimasta completamente sola dopo aver visto morire i suoi amici, e la vediamo lottare inutilmente contro il mostro attraverso le telecamere di sorveglianza della sala di controllo in cui il personale della compagnia sta già festeggiando la riuscita del rito, bevendo, parlando, urlando. Qualcuno addirittura approfitta dell’occasione per cercare di rimorchiare una collega, incurante delle immagini alle loro spalle in cui Dana sputa sangue e viene ripetutamente sbattuta a terra dallo zombie. I video silenziosi vicini al vociare festoso degli scienziati creano uno di quei momenti magici del cinema horror, quei momenti in cui ti senti arreso, in cui ti prepari a una morte. Il film sembra finire. Ma non è così.

Inaspettatamente uno dei personaggi non è morto come credevamo. Sono andati l’atleta, la puttana e lo studioso, ma a quanto pare qualcuno è riuscito a depistare gli scienziati, ed è niente meno che il fattone! Questo è un altro dei messaggi sottesi inviati dal film, e cioè: fumare erba può salvarti la vita! Marty infatti fuma per tutto il film, anche se è curioso notare come nel trailer l’erba è stata rimossa digitalmente dalle sequenze, probabilmente per poter avvicinare anche il pubblico dei giovanissimi. Gli amici si fanno beffa di Marty, lo prendono in giro dicendogli che non può essere sempre strafatto e che è l’erba a farlo straparlare riguardo ai poteri dominanti, la società che ci controlla, ecc. Visto il contesto in cui il film si svolge risulta invece che Marty aveva ragione ed esiste un complotto che li ha manipolati. Lui è rimasto immune proprio perché ha fumato erba, un antidoto naturale ai prodotti chimici a cui tutto il gruppo è stato sottoposto. Drogarsi gli ha paradossalmente dato la lucidità per affrontare gli zombie e trovare una via di fuga.

Tratta in salvo Dana dal pestaggio Marty la conduce in questo bunker dove ha trovato un vano ascensore. Dove porta non si sa, ma i due decidono che l’unica speranza di salvarsi è salirci dentro e affrontare l’ignoto. E’ così che si apre la sequenza più iconica del film: una memorabile discesa negli inferi dove dentro un ascensore di cristallo (Willy Wonka and the Chocolate Factory, n.d.r.) passano accanto a numerose celle che racchiudono ogni tipo di mostro immaginabile, dal cobra gigante a Pennywise, dai robot killer, ai goblin, i fantasmi, fino al Ku Klux Klan. Scopriamo così che le vittime sacrificali hanno avuto la possibilità di scegliere quale mostro sarebbe emerso dalla terra e sarebbe venuto a cercarli. E per fargliela pagare alla compagnia i due sopravvissuti decidono di liberare gli orrori tutti insieme, scatenando una sanguinosa carneficina che da il benservito a tutti gli scienziati. Si scatena una orgia visiva di sangue, dove tutti questi mostri si trovano uno accanto all’altro, dando un piacere unico allo spettatore che si trova immerso nel sogno segreto di ogni amante dell’horror.

Anche qui trovano spazio dei momenti più distesi, quasi comici, come l’arrivo del Merman, la carica dell’unicorno completamente spogliato della sua aura fatata, e infine il finale. Dana dovrebbe uccidere Marty per appagare gli Antichi e salvare il mondo, ma Marty non ci sta. Lascia che Dana venga aggredita da un lupo mannaro e getta tra le fiamme il grande capo del rito, una Sigourney Weaver nei panni di “The Director” (il direttore, ma anche il regista). Infine decide di sedersi accanto a Dana e fumare insieme l’ultimo spinello prima che gli Antichi insorgano e distruggano la terra.

Questo è The Cabin in the Woods, un film da cui intendo partire per esplorare i classici del passato a partire da quelli qui citati!

Voi cosa ne pensate?

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