TB – La più grande tragedia del mondo contemporaneo, nei film e sulla pelle.

Ho scritto questo articolo a dicembre 2012, appena tornata da un viaggio in Polonia, dove ho potuto visitare i campi di Aushwitz e Birkenau. Sono passati 6 anni. Rileggendolo mi è parso evidente quanto è cambiato il mio modo di scrivere e lo sguardo con cui osservavo le cose, ma al tempo stesso quanto questa riflessione sia ancora attuale. Per questo in occasione della Giornata della Memoria abbiamo deciso di riproporlo.

25 novembre 2012. Avevo in mente di scrivere molti altri articoli, ma posticipo alcuni progetti per dedicarmi a un tema che ora sento più vicino che mai, e chissà per quanto mi resterà addosso con questa pesantezza. L’olocausto.

Ho avuto occasione, tra il 18 e il 23 novembre, di intraprendere un viaggio verso Cracovia e i campi di sterminio nelle sue vicinanze, Auschwitz  e Birkenau, che hanno segnato drammaticamente la storia della seconda guerra mondiale, del progetto della soluzione finale, della storia di ebrei e di tedeschi, ma soprattutto la storia del genere umano.

Già solo l’idea di partire mi aveva fatto riflettere molto sul tema, mi chiedevo cosa avrebbe suscitato in me la vista di quei luoghi così pregni di morte e crudeltà, scenari che forse potevo aver visto solo nei film. E ci pensavo, e ci ripensavo, mi chiedevo quanto l’impatto sarebbe stato brutale, addirittura se sarei tornata la stessa persona che ero prima del viaggio. E poi sono arrivata.

Il giorno che siamo stati ai campi ci siamo gelati i piedi, ma anche il cuore. Vedi le casupole dove migliaia di persone sono rimaste rinchiuse al freddo, vedi le celle dove i prigionieri politici venivano torturati, le strade sterrate dove i prigionieri a piedi nudi dovevano restare in piedi ore per gli appelli, e anche solo quattro mattoni rimasti in bilico ti fanno tremare quando scopri che sono i resti di camere a gas. Ogni cosa rievoca terrore.

Mentre mi aggiravo in questi luoghi non potevo fare a meno di pensare a tutto ciò che avevo conosciuto fino a quel momento paragonato all’incredibile sensazione di spaesamento e di sconforto che provavo.

La scuola ci forma sino dalle elementari a riconoscere l’orrore dell’olocausto, ma non è sufficiente. Siamo piccoli e non ci possono più di tanto impressionare. Poi cresciamo, passiamo alle scuole medie, e lì cominciamo a vedere i film. 

Il primo film che vidi su questo tema fu uno sceneggiato italiano su Perlasca.

Perlasca – Un eroe italiano

Ero veramente piccola credo, ne ricordo pochissimi frammenti e non ho più voluto riguardarlo per l’ansia che mi aveva messo. La scena che ricordo più nitidamente è particolarmente cruda: i tedeschi legano a coppie le persone che hanno catturato, e sull’argine di un fiume sparano al capo di una delle due e le gettano, imponendo alla persona rimasta viva l’annegamento. In particolare una di queste coppie sono due fidanzati che si parlano, cercano di confortarsi ma le loro parole sono asmatiche esalazioni di terrore e panico, che presto hanno fine. Ho scoperto il tema dell’olocausto così. Con la storia di un grandissimo eroe italiano, Giorgio Perlasca, che impegnò la sua vita per salvare tante vite di ebrei che dovevano essere deportati dall’Italia. A lui era intitolato il parco dove mia madre mi portava sempre, quando ero bambina. Quando scoprii la sua storia vi rimasi legata più che mai.

Mi tremano le mani scrivendo questo articolo, ma è meglio che lo scriva ora, che sono da poco tornata dalla Polonia e il mio corpo e la mia mente sono ancora scossi da questa esperienza.

Vorrei parlare di un altro grande eroe della seconda guerra mondiale, tedesco questa volta, proprietario di una importante fabbrica che ho visto appena fuori dal ghetto ebraico di Cracovia. Oskar Schindler.

Fu uno di quei personaggi incredibili che mentre sorrideva in faccia ai tedeschi escogitava ogni sistema per strappare prigionieri alle loro grinfie, di salvarli da un destino che vedeva compiersi sotto i suoi occhi ogni giorno. La storia di Schindler fa pensare a quanto doveva essere logorante essere circondati da morte e orrore, anche se si era persone rispettabili, ricche, importanti, giovani, eterosessuali e ariane che non correvano alcun rischio. Lui doveva vivere vedendo il male invadere ogni cosa, come un’inarrestabile macchia di petrolio che corrodeva senza tregua ogni sponda del vivere umano. E come potevi vivere così? Penso in questo momento anche al farmacista del ghetto ebraico, Tadeusz Pankiewicz, che decise di proseguire la sua attività all’interno del ghetto ebraico, anche se era ariano. E questa scelta lo fece assistere a tutte le situazioni terrificanti che venivano a crearsi in quel quartiere, la fame, la disperazione dei prigionieri, le malattie, la disoccupazione, fino alla deportazione e alle fucilazioni, proprio di fronte al suo negozio.
Quando penso al ghetto, al concetto del ghetto nella seconda guerra mondiale due cose mi vengono in mente. Una di queste è il tragico film Il pianista. L’altra è la ben più recente esperienza di ghettizzazione perdurata fino al 1989 in Germania: il muro di Berlino.

Il ghetto, come descritto ne Il pianista, è controllo, e svilimento dell’uomo che si sente intrappolato. Gli ebrei venivano confinati in determinate zone delle città, resi riconoscibili dalla fascia sul braccio con la stella di David, oppure dovevano appuntarsela sul petto. Era già una prima forma di annullamento, tu non venivi più riconosciuto in quanto persona, ma in quanto appartenente a una “razza”. Eri uno su mille.

E come tutti gli altri non valevi nulla, secondo questa logica settaria, aprioristica e delittuosa. Eri una malattia, e come tale venivi catalogato, numerato, eliminato. Mi fa diventare matta pensare come una tale mentalità abbia fatto presa così bene, su così tante menti di uomini e donne liberi. Mi fa diventare matta pensare alle persone normali che passavano per strada e sentivano urla, e  percepivano odori, di gente rinchiusa, sporca, o di gente morta. Sull’odore si basa un altro film che ho visto di recente, La chiave di Sara. Racconta la reclusione degli ebrei parigini per due giorni nel Vélodrome d’Hiver, uno stadio. All’esterno la popolazione li percepiva, tutti quegli uomini rinchiusi, ma non faceva nulla. Tutto il film parla di questa esperienza dal punto di vista di una bambina di 10 anni, spaventata a morte dagli eventi che la stanno circondando. Al punto di voler chiudere il fratellino in un’armadio a scomparsa per impedire che venga catturato. La bambina viene presa, reclusa, deportata in campo di sterminio, riesce a scappare, dopo numerosi travagli riesce a tornare a casa ma è tardi. Ancora, un odore insopportabile l’avvisa della morte del fratellino.

In tutti i film sull’olocausto che ho visto sembra che l’amore sia la chiave che ti permette di vivere o di morire. L’amore per la tua famiglia, per il tuo compagno o compagna, per i tuoi bambini. In realtà  la storia ci mostra come la chiave per sopravvivere o morire fosse più semplicemente il caso, il destino. Sebbene le operazioni per la cattura e lo sterminio vengano ricordate per la loro freddezza e sistematicità non è vero che queste le dominavano completamente. Non c’erano veri criteri, le eccezioni erano molte e varie, c’erano tante possibilità di sfuggire quante di morire, e tutto era dato dalla più estrema casualità. Magari il medico nazista ti definiva sano quando non lo eri, oppure un soldato poteva avere pietà di te, o un ricco imprenditore alla Schindler poteva escogitare qualche operazione di salvataggio proprio nel campo in cui eri rinchiuso, o chissà che altro. In un clima di totale confusione, in cui tutti, su tutti i fronti, erano esausti e sconfortati, in un’operazione di queste dimensioni ogni strada poteva aprirsi sulla libertà o chiudersi in un vicolo cieco.

Questa credo sia stata la cosa peggiore del vivere in quegli anni.

Vivere l’esperienza della visita ai campi di Auschwitz e Birkenau è andata oltre tutto ciò che avevo visto nei film. Mi ha fatto pensare a quanto quest’arte, in cui credo moltissimo, non sia sufficiente, forse, a proiettarci in tutti i mondi e in tutti i tempi. Può darci solo alcuni brevi stimoli, che suscitino il nostro interesse, che ci spingano verso certi tempi, ma non di più. Almeno su questo tema. Ripenso a ciò che i film mi hanno insegnato su questo e mi rendo conto delle loro inesattezze, quasi fossero solo goffi tentativi di trasmettere appieno quell’atmosfera. Coraggiosi, ma goffi.

E al tempo stesso penso alle poesie di Primo Levi, alle testimonianze dei sopravvissuti, ai testi che hanno scritto, alle canzoni, alle commemorazioni, e mi rendo conto che anche tutte queste manifestazioni sono insufficienti. E la mia mente allora, concependo questa incapacità di rappresentare per intero la tragedia, ci si avvicina di più?

Me lo sono chiesta tanto mentre ero lì, tra quelle casette, quegli edifici distrutti, passando tra i boschi in cui erano stati bruciati all’aria i cadaveri dei prigionieri: riesco davvero a capire tutto questo? Capirò mai appieno un dolore del genere, potrò mai rendermene conto? E mi sentivo in colpa pensando “Sto cercando di provare lo stesso dolore di quelle povere, sfortunate persone. E questo mi rende solo superba”.

Mi rendo conto di quanto sconnesso e forse difficile da seguire sia questo mio articolo, ma scrivo ciò che penso come viene perché non ho in mente consequenzialità logiche ma emozioni e dubbi che mi si affollano in testa. Questo viaggio lo consiglierò ad ogni persona che avrò davanti, a tutti i miei amici e i miei parenti, ai miei insegnanti e ai miei colleghi, finché un giorno non ci andranno i miei figli. Perché solo ora mi sento davvero parte di quel ricordo, mi sento parte integrante della storia. Non bastano nozioni, libri e film per renderti consapevole di come va il mondo. Costruire la propria memoria e la propria vita necessita di entrare fin sotto la pelle degli eventi che ci hanno segnato, avvicinarsi il più possibile al fuoco e lasciarsi bruciare, per portare sempre in noi la cicatrice dell’esperienza.

Dedico questo articolo a Zofia Talma, morta ad Auschwitz ad appena 20 anni. La mia età.

6 ANNI DOPO.

Quando ho scritto questo articolo il mio sguardo sull’Olocausto era già strettamente connesso alla sua rappresentazione cinematografica, l’unica cosa che ha dato veramente forma a ciò che conosco di questo fenomeno. Ma da allora le mie esperienze si sono accumulate, e recentemente ho avuto modo di confrontarmi con un nuovo livello di comprensione di questi lavori. Guardando oltre il livello puramente empatico ed emozionale per rendersi conto di come nella rappresentazione dei mali del nazismo si sia animato un dibattito più grande sul ruolo del cinema in quanto filtro, sguardo parziale, o ricreatore finzionale di qualcosa che non c’è più. L’evento che ha aperto un baratro sulla profonda perversione malefica che può avvenire nell’uomo ha allo stesso modo segnato il dibattito tra le due tensioni del cinema, la capacità di creare una realtà e quella di aderire totalmente a quella esistente, per quanto drammatica.

Questa spaccatura può essere osservata grazie a una serie di film esempio che ho selezionato.

  1. 1940 – Il grande dittatore di Charlie Chaplin – Fa venire i brividi pensare che all’epoca ancora non si sapeva nulla dei campi di sterminio, ma la follia conquistatrice del regime nazista viene messa in scena in questa satira. E’ stato il primo film ad affrontare esplicitamente il tema delle propaganda anti-ebraica, con la sensibilità unica di Charlot.
  2. 1955 – Notte e Nebbia di Alain Resnais – Primo documentario a rivisitare i luoghi e la storia dall’Olocausto, a usare le immagini di archivio e primo classico della cinematografia internazionale sullo sterminio degli ebrei.
  3. 1959 – Kapò di Gillo Pontecorvo – Tentativo di drammatizzare la storia, viene ricordato per la carrellata che riprende il suicidio di una delle protagoniste, scena accusata di estetizzazione della morte e di voler ricreare un’empatia impossibile nello spettatore.
  4. 1974 – Il portiere di notte di Liliana Cavani – Un film che parla di un’ossessione perversa creatasi tra vittima e carnefice anni dopo il loro incontro nei campi di sterminio. Una rappresentazione disturbante dell’impossibilità di comprendere un rapporto fondato su un episodio così orrendo.
  5. 1985 – Shoah di Claude Lanzmann – La realizzazione di questo film di nove ore e mezzo di durata tenne occupato il regista a tempo pieno per undici anni. Il risultato è un film-fiume in cui Lanzmann intervista sopravvissuti, con distacco scientifico, cercando di accumulare più informazioni possibili senza mai porre un filtro di giudizio o di patetismo. Nonostante queste premesse il risultato è di enorme impatto emotivo.
  6. 1993 – Schindler’s list di Steven Spielberg – Palesa la forza della messa in scena per creare empatia e dolore in noi spettatori. La bambina con il cappotto rosso è una metafora del filtro che noi operiamo sulle immagini, o meglio sulla nostra conoscenza, dei fatti avvenuti.
  7. 2015 – Dal ritorno di Giovanni Cioni – Fa dell’osceno (“os skené” cioè “fuori scena”) la centralità del documentario. Emblematico il finale in cui il regista visita da solo il campo di Mathausen e si fa “dirigere” al telefono dal protagonista del film, sopravvissuto. Inversione dei ruoli; il sopravvissuto diventa regista e Cioni il testimone.
  8. 2015 – Il figlio di Saul di Laszlo Nemes – Il successo di questo film risiede nell’essere riuscito a condensare le sensazioni di spaesamento, costrizione, tensione e dilemma etico e morale che si potevano provare nella vita di ogni giorno nei campi di sterminio grazie alla scelta di seguire costantemente il protagonista a distanza ravvicinata, un punto di vista difficile da ricreare e anche da sostenere.

Questi sono solo alcuni spunti per riflettere sull’inscindibile legame tra il cinema e questa tragedia, riflessione che però non porta risposte, non condanna e non consacra. Pone solo nuove domande, l’elemento che ci aiuta a restare umani.

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