Martin Eden: la recensione

«Insomma, voglio fare lo scrittore!», dice Martin all’amata Elena dopo aver letto decine di libri e aver sentito «come uno spirito creatore» che gli divampava dentro. Con Martin Eden Pietro Marcello adatta liberamente l’omonimo romanzo di Jack London e sposta la storia da Oakland a Napoli, rimanendo temporalmente nel primo decennio del XX secolo. Il film racconta perciò la storia di un giovane pescatore affamato di vita che per amore di una ragazza (ma anche soprattutto di se stesso) decide a un certo momento di riprendere gli studi da dove aveva dovuto interromperli per imbarcarsi all’età di 11 anni. L’unico problema è che Elena appartiene all’aristocratica famiglia degli Orsini e i suoi genitori non vedono di buon occhio la relazione col pur brillante proletario. Le cose si complicheranno ulteriorimente quando Martin entrerà in contatto con Russ Brissender, un anziano intellettuale un po’ annoiato il quale lo introdurrà nell’ambiente della lotta socialista.

Di fronte alla scelta di trasporre in Italia un romanzo americano ci sono molte possibili reazioni, ma è certo che alla luce del risultato finale non si può che definire questa un’operazione riuscita. Martin Eden è una produzione italo-francese che vede collaborare Avventurosa, IBC Movie, Rai Cinema Shellac Sud e Match Factory Productions, con l’aggiunta di O1 Distribuzione nel Bel Paese e il canale televisivo franco-tedesco ARTE. Le maestranze coinvolte vanno dallo sceneggiatore e scrittore Maurizio Braucci, fresco Orso d’argento a Berlino per La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, al direttore della fotografia Alessandro Abate, che già aveva firmato titoli interessanti come Napoli Napoli Napoli (2009) di Abel Ferrara (scritto sempre da Braucci) e il documentario biografico Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz (2010) di Franco Maresco. A tutti gli effetti, una squadra vincente. Per non citare Luca Marinelli!

Infatti, il trentaquattrenne attore romano si è aggiudicato per questo ruolo niente meno che la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Un riconoscimento dovuto, nonché apprezzatissimo dalla Sala Grande durante la serata di chiusura del festival, che va a incorniciare una carriera che indubbiamente ci riserverà ancora molte sorprese. Martin Eden cammina col passo di Marinelli, lo segue a distanza molto ravvicinata, guarda il mondo coi suoi occhi grazie alle suggestive riprese in soggettiva che il regista Marcello (lo testimonia il credito nei titoli di coda) realizza direttamente tenendo in mano la macchina da presa. Il ritmo del film è rapido e tenace come il suo protagonista, cadenzato finemente sugli inserti documentaristici concessi dai diversi enti fra i quali l’Archivio storico Istituto Luce e la Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. Sinfonia di immagini ricchissima.

La scrittura compone la pellicola in tre atti distinti come da scuola di cinema, senza però mai adagiarsi sugli schematismi. Dopo una prima metà a perdifiato, fortemente legata all’entusiasmo con cui Martin si istruisce da autodidatta e contemporaneamente ottiene da Elena una promessa d’amore eterno, il film rallenta fino quasi a fermarsi del tutto. Ciò accade proprio nel momento in cui la favola si scontra con la realtà delle lotte operaie, l’espressione individuale con le teorie marxiste dell’affermazione collettiva. Qualcosa nel suo sogno si inceppa e il giovane sembra non riconoscere più la direzione più giusta da prendere. Si sta perdendo? Come fare a ritrovare la serenità? Nel frattempo, incontra l’anziano Russ (Carlo Cecchi, ça va sans dire, immenso) e grazie a lui cambia il proprio sguardo sul mondo, che si fa meno ingenuo e perciò anche meno spontaneo. In questo senso, si noti come a partire da qui vengano progressivamente ridotte le riprese in soggettiva. 

Come nel quadro che Martin osserva a casa di Elena appena prima di conoscerla, da lontano bellissimo e poi da vicino «tutte macchie», anche la vita vista con maggiore consapevolezza per Martin sembra avere sempre meno significato. L’ultima parte della pellicola, strutturata in caduta verticale come un romanzo russo dell’Ottocento, è molto esplicita a questo riguardo. Martin Eden è un Delitto e castigo in cui la colpa è solo quella di aver voluto essere qualcun’altro in un mondo che non valorizza la cultura e la diversità, in cui puoi solamente farti assorbire dal sistema e sperare di non perdere almeno quel briciolo di dignità che ti rimane. Una realtà che mette gli onesti e i profeti sul piedistallo solo per deriderli, come accade a Martin quando declama la poesia con la mano sulla candela per partecipare al gioco dei giovani ricchi. «Bello spettacolo da baraccone», gli dice Russ. Come se avesse potuto scegliere. L’artista per il Capitale è un pagliaccio. Un pesce fuor d’acqua.  

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