Maniac: bene ma non benissimo

Venerdì 21 settembre è finalmente arrivata su Netflix una delle serie più attese di quest’anno, ovvero Maniac. Si tratta di una limited series (non ci saranno seconde o terze stagioni) creata da Patrick Somerville che riprende l’omonima serie originale norvegese.
E’ composta da dieci puntate dirette ognuna da Cary Joji Fukunaga e che comprende nel cast Emma Stone, Jonah Hill, Justin Theroux, Sonoya Mizuno e Sally Field.

La trama è di quelle che non dovrebbero essere troppo raccontate prima di vedere la serie. La base è che ci troviamo di fronte alle vite di due personaggi, Owen Milgrim e Annie Landsberg, caratterizzati da dei disturbi psicologici e che decidono di entrare in un esperimento per testare un nuovo farmaco. Si tratta di tre pillole che permettono di mettere a fuoco, analizzare e contrastare il trauma radicato più a fondo nel subconscio di una persona, facendola guarire da qualsiasi malattia mentale.
Il tutto è ambientato in un presente che ricorda quasi del tutto gli anni Ottanta con un elemento fuori luogo: la tecnologia, molto più avanzata rispetto all’epoca e rispetto addirittura al nostro presente. Un mix molto interessante e ben riuscito.

Nella sua complessità si tratta di un’ottima serie anche se purtroppo ha alcuni difetti tanto semplici quanto difficili da ignorare. L’elemento che funziona di più sono gli attori. Emma Stone si riconferma una bravissima attrice ma è Jonah Hill a sorprendere e a prevalere. Una performance perfetta, dolce, folle e drammatica al punto giusto. Tra gli attori secondari spicca Justin Theroux, il cui personaggio è l’inventore del farmaco ed è un dottore alquanto folle e malato di parafilia. I suoi picchi di massima eccentricità sono tra i momenti migliori.

Funzionano molto bene anche la fotografia e la colonna sonora, mentre arrivando alla regia iniziano ad emergere i difetti. Fukunaga ha fatto un lavoro buono, ma non incredibile. Dopo True Detective, che dal punto di vista tecnico/registico è una delle serie più acclamate dalla critica internazionale degli ultimi anni, le aspettative nei suoi confronti erano molto alte e non è riuscito a soddisfarle. Avendo per le mani elementi come la follia e i viaggi nella mente poteva osare e creare qualcosa di molto più assurdo, ma osservando i dieci episodi non c’è quasi nessun momento davvero sperimentale e originale. L’unico elemento particolare è il tentativo di armonizzare lo stile tecnico degli anni Ottanta con quello del presente. Per fare qualche esempio nella nona puntata in una sequenza con sparatoria sono stati usati dei grandangoli, mentre nell’ottava ci sono alcune transizione con dissolvenza laterale e nell’arco della serie tutti i momenti virtuali hanno la grafica a pixel vecchio stile. Il tentativo di combinare questi diversi livelli tecnici però non gli è riuscito bene e li fa sembrare entrambi fuori posto.

La sceneggiatura non riesce ad essere davvero ingegnosa, anzi a tratti diventa quasi prevedibile. Anche se la vicenda appare complessa finisce per srotolarsi con molta semplicità e le situazioni enigmatiche che stanno vivendo i personaggi trovano risposta con troppa facilità. Nonostante questo sono tanti gli scambi di battute ottimi ed è molto interessante il concetto di analisi delle svariate malattie mentali e delle loro conseguenze sulle persone. In tutto questo però ci sono alcuni momenti che distruggono, senza possibilità di salvezza, il raggiungimento della perfezione. Per esempio nel quarto, settimo e ottavo episodio ci sono alcune sequenze che contengono elementi gore al limite del disgustoso. Il problema non è il gore in sé ma come viene usate nelle situazioni rappresentate. Sono momenti del tutto fini a se stessi e inutili che lasciano spiazzati e con un profondo rammarico.

Questa è una recensione senza spoiler, quindi non possiamo dire di più! Voi lo avete visto? Che ne pensate? Siete d’accordo sul fallimento della combinazione di stili o questo mix eccentrico vi è piaciuto? Fatecelo sapere e continuate a seguirci!



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