Il ritorno all’umiltà del cinema

L’IsReal Festival non è ancora giunto a metà, ma la quantità di film che ho visto e attività a cui ho partecipato è incredibile. ll programma è molto ricco, ma sono poche le attività che si sovrappongono. È parte del desiderio di rendere il festival un luogo accogliente offrire la possibilità agli spettatori di partecipare a tutti gli eventi.

Oltre ai film, vengono proposti una serie di incontri con registi, produttori e altre figure che lavorano nell’ambito, soprattutto rivolti ai giovani. Solo nella giornata di ieri ho avuto modo, a poche ore di distanza, di assistere a un “comizio”, come lo chiama lui, di Goffredo Fofi, scrittore e critico per l’Internazionale, e di Haden Guest, direttore del Film Archive di Harvard, che ci ha spiegato la storia dell’archivio, il suo ruolo e che cos’è il nuovo Sensory Ethnography Lab, sezione in cui si ricercano e sperimentano le modalità con cui intersecare cinema etnografico ed estetica cinematografica. In questo laboratorio sono stati prodotti alcuni film molto importanti per il panorama del documentario contemporaneo, primo fra tutti l’acclamato Leviathan. Questi incontri ci aiutano a percepire quanto fermento ci sia ancora intorno alle domande sulle arti visuali, sul loro ruolo e valore nel mondo che viviamo. È emerso come l’umiltà forse è un atteggiamento nuovo che tutto il mondo della comunicazione deve rivalutare. Goffredo Fofi si è premurato di ripeterci più volte come si debba partire dal presupposto che non siamo niente, il narcisismo ci fa credere che tutto ruoti intorno a noi stessi. È solo accettando il fatto che il cinema ora come ora non conta più niente che possiamo prendere consapevolezza di quanta libertà la settima arte abbia in questi anni, la libertà di muoversi e rappresentare quella verità che sta “quasi ai margini”. Non all’estremità, ma neanche al centro.

Questo discorso prende valore nel momento in cui ascoltiamo il primo intervento di Roberto Minervini arrivato ieri a Nuoro: “Preferisco imparare che impartire”. È stranissimo vedere muoversi dal vivo un autore che si studia all’università, un regista che tra l’altro è invisibile dentro ai suoi lavori, che fino a ieri per me era un passo, un respiro, un’inquadratura, e invece adesso compare dietro le inquadrature del suo capolavoro Stop the Pounding Heart. Un lavoro che è stato possibile proprio grazie al suo lavoro di avvicinamento, la sua capacità di seguire i personaggi senza invaderne gli spazi o inficiarne le azioni, “vivendo nel cinema prima di farlo”.

Queste suggestioni ci arrivano attraverso l’ampia selezione di lavori che stiamo vedendo. È molto interessante vedere uno accostato all’altro autori provenienti da luoghi diversi e che sono tutti a stadi differenti del loro percorso come cineasti.

Nella giornata di mercoledì infatti abbiamo visto una selezione di lavori di studenti di cinema italiani e poco dopo due lavori iniziali di Minervini e di Claire Simon, due registi che stanno dando un enorme contributo al panorama del documentario.

Due parole sul lavoro dei ragazzi è dovuto, poiché sono stati decisamente interessanti. Lavori che visibilmente prendono sulle spalle le poetiche e i metodi che si stanno affermando nel cinema del reale italiano, creando dei lavori solidi che dialogano con una tradizione recente. È incredibile quindi vedere poco dopo due film iniziali di registi considerati adesso maestri di questa tradizione. Si rimane poi spiazzati vedendo le capacità messe in atto da Minervini in Low Tide e Simon in Récréations, entrambi opere seconde dei registi. La libertà con cui sono state realizzate è proporzionale ai rischi che hanno corso per realizzare i loro lavori. Entrambi hanno per soggetto dei minorenni, nel caso di Minervini un ragazzo preadolescente, mentre nel film di Simon lo sguardo va su una scuola materna. Il regista si annulla e davanti alla telecamera si sviluppa una vita senza controllo, irrefrenabile, che sfugge alla chiusura del quadro ed entra in contatto diretto con il nostro vissuto.

Qualcosa di simile si può dire anche del film di Gürkan Keltek, un regista che non conoscevo che si è legato al festival dopo la proiezione del suo primo lungometraggio e che questa edizione è membro della giuria principale. Il suo film di trentasette minuti Gulyabani intreccia vissuto personale, storia e allucinazione, assottigliando ancora di più il confine tra ciò che esiste e ciò che percepiamo. Senza voler indagare un mondo dell’occulto, Keltek si limita a farcelo respirare. Il film segue le ultime testimonianze di una sua parente acquisita che si ritiene una chiaroveggente e che per questo suo dono è stata più volte rapita e sottoposta a violenze dai gruppi militari turchi che volevano usare il suo potere. Questo racconto dal forte contesto storico e politico fugge da ogni cornice e riferimento visivo, non vengono usate immagini di archivio o immagini della donna, solo riprese di luoghi, di oggetti, fotografie, e infine un ritmo di immagini astratte, sempre più labili man mano che lei e il suo racconto svanivano.

Un’altra cifra del cinema documentario contemporaneo è quindi questo sguardo rivolto a personale e universale insieme, la capacità di questi autori di mettere al centro della loro narrazione un vissuto intimo, privato e spesso problematico e doloroso.

Il bilancio di questo metà festival si chiude in positivo, nei prossimi giorni termineremo le visioni dei film in concorso e potremo parlare bene anche di questa fondamentale sezione del festival, che sono chiamata anch’io a giudicare.

Leave Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *