Il cinema come arte della contraddizione a Venezia 77

Contraddizioni e paradossi nutrono le narrazioni del terzo giorno di mostra. 
Succede spesso che nel corso delle giornate alcuni temi tornino rincorrendosi da film a film, o instaurando un ponte con il mondo esterno. 

Questa è stata una giornata così, e la riflessione è partita con l’ultimo film visto, The Man Who Sold His Skin di Kaouther Ben Hania (Orizzonti), che mette in scena la storia assurda di un rifugiato siriano a cui viene proposta un visto Schengen in cambio dell’uso della propria schiena come tela per un tatuaggio… Che rappresenta proprio un visto! L’artista che realizza l’opera ha l’intento di portare a galla cinicamente la condizione drammatica delle popolazioni abusate dalla guerra, ma la situazione evolve senza sosta coinvolgendo le contraddizioni del mercato dell’arte, la libertà individuale e i pregiudizi razziali, tenendo un tono riflessivo e divertito allo stesso tempo. Il tutto con una regia degna di interesse, che gioca con luci e colori, ma anche più semplicemente con la composizione di quadri ricchi e articolati.

La contraddizione torna anche nel film di Bruce LaBruce Saint-Narcisse (Giornate degli Autori). Un giovane parte alla ricerca della madre da cui è stato diviso quando era in fasce, ma ad attenderlo lo aspetta uno scenario lontano dalle sue aspettative, che comprende anche un fratello gemello adepto di una setta. Il film è uno continuo pedalare tra credibile e impossibile, in equilibrio tra il trash divertito e la critica sociale, in virtù della creazione di un mondo immaginifico devoto a Narciso e all’amore libero. Intrattiene con escamotage propri del cinema horror, diverte, provoca e fa pensare. 

Un diverso tipo di paradosso viene messo in scena invece da Pieces of a Woman di Kornél Mundruczó (Concorso Venezia 77), un film drammatico che comincia trascinandosi nelle doglie del parto della protagonista Martha, che dopo minuti interminabili di dolore condiviso con il marito e l’ostetrica chiamata a casa, deve arrendersi al fatto che la sua bambina è morta. Un trauma sovrumano che la coppia cerca di gestire senza però comunicare, costruendo così una storia in cui ogni fondamenta gettata viene cancellata. Rende palese come una realtà possa trasformarsi completamente, e mostra come chi costruisce ponti venga a un certo punto chiamato a bruciarli. Il film è ben costruito e non lascia un attimo di respiro, ma come stile non aggiunge novità, al punto che risulta non credibile una possibile vittoria come Leone d’Oro. Ottime però le performance degli attori, Vanessa Kirby, Shia LaBeouf e Ellen Burstyn, vediamo se qualcuno di loro vincerà una coppa volpi. 

Chiudiamo così con il film che invece ha aperto la giornata, Quo Vadis, Aida? di Jasmila Žbanić (Concorso Venezia 77), un film martellante che ricostruisce pochi giorni dell’attacco serbo alla città di Srebrenica attraverso gli occhi di una interprete dell’ONU che ha il volto e il vigore di Jasna Đuričić. Quest’opera parla nello specifico del conflitto tra serbi e bosniaci ma, tratteggiando con mirabile equilibrio le dinamiche, apre in realtà una riflessione su tutti i conflitti, permettendoci una riflessione disarmante: questo è l’essere umano, con la sua perfidia opportunista e la sua rabbia brutale, non importa il luogo o il motivo. Pur essendo un concitato film di guerra non vediamo una goccia di sangue, ma a far rabbrividire sono le parole pronunciate. E viene immediato il collegamento da una parte ai conflitti che ad oggi stanno sconvolgendo popolazioni intere, con le medesime dinamiche mostrate nel film, e dall’altra al nostro piccolo di cittadini europei privilegiati, che abbiamo patito la chiusura in casa per l’epidemia da Covid, ma siamo fortunati ad aver vissuto la prigionia in casa, e non in un capannone con altre 5000 persone, senza servizi, senza cibo, circondati da milizie armate di cui non sapevamo prevedere le mosse. Parliamo di due mondi distinti. E a questo proposito voglio citare uno dei video messaggi di giovani amanti di cinema che vengono trasmessi prima delle proiezioni delle Giornate degli Autori: il cinema serve a fermarci e a farci riflettere sulle cose a cui normalmente non pensiamo.

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