I-Scream – Train to Busan

Dopo aver inaugurato la rubrica mensile I- Scream parlando di un classico, più o meno conosciuto, come Peeping Tom volevo proseguire proponendo un film più recente, un film che mi ha colpito dalla prima visione e che ancora rivedo con entusiasmo, nonostante non sia un genere tra i miei preferiti. Parliamo di Train to Busan di Yeon Sang-ho (2016). Sono venuta a contatto con questo film grazie alla crescente passione che ho coltivato per il cinema coreano, tale da farmi superare la paura di approcciarmi a una pellicola di zombie. Train to Busan rientra infatti tra gli zombie movie, un sottogenere tra i tanti che il cinema dell’orrore conta.

Non solo: questo film è anche ambientato prevalentemente in un unico spazio, cioè un treno (curioso notare come solo tre anni prima il conterraneo Bong Joon-ho aveva realizzato Snowpiercer). Il risultato quindi è un claustrofobico zombie movie con moltissime scene action e permeato di cultura orientale, che diventa, come vedremo, un elemento fondamentale per la metafora che il film vuole portare avanti.

Vorrei prima soffermarmi sugli elementi più visibili del film. Il rapporto che questo instaura con la tradizione dello zombie movie è alquanto elastico. Gli zombie di Train to Busan sono infatti molto veloci e con la corporatura solida, reagiscono allo stimolo della vista per attaccare e il tempo di trasmissione dopo il morso è rapidissimo. Questi elementi sono diversi da quelli dello zombie movie più tradizionale, ma credo soprattutto per ragioni di velocità d’azione a cui ormai lo spettatore è abituato. Non a caso questo tipo di zombie è quello più usato, anche in casi di film molto più commerciali tipo World War Z.

Dopo pochi minuti dall’inizio del film abbiamo una bellissima sequenza che ci mostra subito con cosa avremo a che fare, attraverso un daino che si risveglia dalla morte dopo esser stato investito. Ci viene proposta una prima possibile interpretazione, cioè che il morbo sia una manifestazione del conflitto uomo-natura, uno dei temi sottesi in molti zombie movie. Il film però ben presto prende una piega differente. Ci viene mostrato il protagonista, uomo in carriera e padre assente, che non riesce a dar soddisfazione alla sua bambina. Prende il treno con lei per accompagnarla dalla madre a Busan, ignaro del destino che sta per capitargli: a bordo sale una persona infetta, che viene sigillata all’interno del veicolo con tutti gli altri passeggeri. Sarà l’inizio dell’incubo, ma anche e soprattutto del suo cambiamento. A piccoli passi, sotto l’influenza degli altri passeggeri che incarnano le sfaccettature della sua personalità (il giocatore di baseball restio all’amore, il padre amorevole appresso alla moglie incinta, le due sorelle anziane e il malefico uomo d’affari individualista) a ridare la giusta attenzione alla sua bambina e al prossimo.

Il legame familiare è al centro anche del prequel di Train to Busan, il film d’animazione Seoul Station uscito appena un mese dopo il live action. L’animazione è il campo di elezione del regista, che con Train to Busan si è messo alla prova realizzando il suo primo film live action. Le due storie si muovono nello stesso mondo: nessuno dei due film da una vera spiegazione di cosa sta succedendo, ma sottende un’accusa verso l’uomo, il suo modo di sfruttare le risorse e il suo prossimo fino a un annullamento dell’essenza stessa dell’umanità, la vita. Le due tecniche differenti sottolineano maggiormente le le differenze. Rispetto a Train to Busan Seoul Station è più politico e ancora più brutale. I protagonisti sono un senzatetto, una prostituta e il suo compagno, il padre di lei determinato a ritrovarla, e nessuno di loro è un personaggio realmente positivo. Mentre Train to Busan viaggia verso un recupero positivo, una finale riconciliazione, Seoul Station vira invece verso un totale annientamento dell’umanità, in ogni senso.

Seoul Station parte come un film horror ma declina sempre più verso il drammatico/catastrofico, mentre Train to Busan, dopo una spettacolare intro horror, dove gli elementi di disturbo e di inquietudine entrano piano piano, quasi sottovoce, prende una piega action, necessaria anche per enfatizzare le formidabili prestazioni di questi zombie che si accalcano, formano come delle onde umane che spazzano via qualsiasi cosa e invadono ogni angolo impedendo agli umani di divincolarsi. La riprova di questa contaminazione di genere è che una delle sequenze più intense, quella in cui un gruppo di protagonisti deve attraversare il treno facendosi largo a mani nude tra tre o quattro vagoni zeppi di zombie. Per altro l’inizio della sequenza omaggia la lotta nel corridoio di Oldboy e il sopracitato Snowpiercer, creando un dialogo con questi capolavori del cinema coreano.

La tecnica usata è proprio quella di fare a spallate, farsi largo con mazze da baseball e cazzotti, una tecnica abbastanza diversa da quelle solitamente messe in atto in altri zombie movie. Solo in un momento finale i protagonisti decidono di agire d’ingegno sfruttando la cecità degli zombie, rientrando in un clima di suspance molto diverso.
In definitiva Train to Busan è un film che mette insieme cose differenti, ma il mix è perfettamente riuscito. E’ un film che coinvolge e mostra anche un grande lato emotivo, seppur utilizzando alcuni strumenti dell’horror e alcune tecniche dei film action per tenerci incollati allo schermo per le due ore di visione, al di là di che tipo di spettatore siete. Un film che nonostante sia stato prodotto in Corea del Sud ha girato tutto il mondo, e dimostra come questa cinematografia abbia una grande energia da esprimere in questi anni.  

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