I-scream – Rosemary’s Baby

Rosemary’s Baby è subito diventato uno dei miei film preferiti, anche se quando lo vidi per la prima volta non ero ancora un’appassionata di cinema. Penso che gran parte della affezione per il film derivasse da quell’incredibile e drammatica espressione interpretata da Mia Farrow nel finale del film. Se l’avete visto sapete di quale parlo. Per chi invece non l’ha visto spero che questo articolo sia uno stimolo per recuperare questo film.

La pellicola è fondamentale nella carriera del regista Roman Polanski, in quanto sua prima esperienza americana, ma importantissima anche nella storia del genere horror. Realizzato nel 1968 Rosemary’s Baby precede di 5 anni L’esorcista di William Friedkin, il film “pietra d’angolo” per i numerosi film che sono stati realizzati sul ricco filone delle possessioni demoniache.

Quando pensiamo ai numerosi film realizzati sulla figura di Satana e sulle manifestazioni demoniache, passando per streghe, fantasmi ed esorcismi, possiamo quasi parlare di un genere a sé all’interno dell’horror, che ha tuttora un enorme successo. E possiamo definirlo un sottogenere in quanto la presenza di un’entità esterna che possiede l’uomo spinge la narrazione in alcuni topoi ben precisi. Per esempio la prospettiva che non ci sia via di scampo, poiché si parla di intrusi spesso impalpabili che possono vivere all’interno di persone come noi, forse anche qualcuno a noi caro. Un altro elemento che torna in questi film è infatti il conflitto tra lo spirito demoniaco e il corpo che lo ospita, tema brillantemente affrontato ne L’esorcista. E’ una situazione ricorrente che mette a dura prova il protagonista che guarda da fuori e deve trovare una soluzione per salvare il posseduto.

In Rosemary’s Baby questo aspetto è radicalmente diverso poiché è la protagonista stessa a essere posseduta, attraverso il bambino che ha in grembo. E vediamo come qui la presenza demoniaca si interseca con questioni più reali e inquietanti che ne fanno un horror di rara intelligenza.

Rosemary è una giovane donna che desidera ardentemente diventare madre. Nella sua vita è tutto perfetto, con il suo marito brillante e la nuova casa pronta per essere ridecorata. Se non fosse che tutto ciò è un’illusione.

Il primo potente messaggio che il film manda è proprio che dietro apparenze perfette si cela qualcosa di terribile, esattamente come sembra assurdo che dentro il corpo esile e angelico di Rosemary si possa celare il figlio di Satana. Il marito Guy non è poi un attore così celebre e decide di concedere Rosemary ai suoi vicini satanisti, perché venga fecondata dal diavolo, in cambio del successo nella sua carriera. In questo gioco perverso Rosemary viene deliberatamente tenuta all’oscuro e nel corso del film combatterà senza sosta, completamente sola, per raggiungere la desolante certezza che la sua gravidanza tanto agognata è in realtà un orrendo incubo e il suo amato bambino un mostro.

Ciò che rende il film scioccante è come lo spettatore sia posto sulla linea di confine della consapevolezza. Noi abbiamo visto qualcosa che ci conferma che tutto questo è vero, ma viviamo la storia accanto a Rosemary, seguendo passo passo il suo percorso e vivendo i suoi dubbi. Vorremmo aiutarla, ma non possiamo. Polanski applica la regola della bomba di Hitchcock per l’intera durata del film, creando una tensione costante sostenuta da un sapiente gioco di suoni e silenzi.

Oltre la cortina borghese c’è quindi un dramma intimo, quello di una donna usata come un oggetto, per essere scambiata con altri beni, e soprattutto obbligata a perdere il controllo del proprio corpo. Rosemary è un simbolo di modernità che si oppone a un sistema vecchio e patriarcale incarnato dai vicini coniugi Castevet. Nel film questa opposizione cresce insieme alla tensione. All’inizio è Rosemary a voler andare in visita dai vicini per farsi accogliere nel nuovo quartiere, ricoprendo in apparenza quel ruolo di dolce mogliettina attenta alle convenzioni e alle apparenze, ma è pronta ad abbandonarle in favore della sua felicità. Questo spostamento ci viene presentato attraverso diversi momenti nel film, come il suo rifiuto di mangiare la mousse al cioccolato (naturalmente avvelenata) offerta dai nuovi vicini, che infantilmente nasconde nel tovagliolo, oppure nel taglio di capelli maschile che sceglie di fare incurante del parere contrario del marito.

Eppure Rosemary è anche determinata ad essere madre. Erroneamente pensiamo che le donne emancipate che vogliono mantenere la loro identità nel contesto familiare siano prive del desiderio materno, ma non è sempre così. Rosemary vive la sua maternità soprattutto come un rapporto tra lei e il suo bambino, in cui insieme lottano per essere liberi, con l’idea di poter stare da soli, di poter fuggire da questa ingombrante comunità che li sta tenendo prigionieri. Questo legame è mostrato sottilmente nel film, e aumenta la nostra tensione. Abbiamo paura due volte: innanzitutto perchè sappiamo che questo bambino non potrà essere normale, e poi perché prefiguriamo la reazione di Rosemary. Che arriva alla fine del film in maniera memorabile.

Rosemary è un’eroina con tante sfumature, è dolce ma anche furba, è sensibile ma anche agguerrita, sebbene tutti la trattino come una pazza è l’unica ad avere ben chiaro cosa è giusto e cosa è sbagliato. In questo gioco di ribaltamenti la figura di Rosemary incarna una tradizionalità docile e femminea ma anche la forza della sopravvivenza in un mondo che la vuole divorare. Fonde i concetti di moderna e materna insieme, creando un binomio atipico ma affascinante e unico. E’ grazie a questa forza che infine Rosemary riesce a provare affetto materno questo piccolo demonio.

Di questo film è giusto ricordare anche che è circondato da una tragica aura di mistero. Per la carriera dei produttori Evans e Castle fu l’ultimo film importante, mentre andò molto peggio al compositore delle spettacolari musiche Krzysztof Komada. Questi ebbe infatti un incidente pochi mesi dopo la produzione, cadde da un dirupo, entrò in coma e morì poco dopo, e sono circostanze analoghe a quelle che accadono a uno dei personaggi del film.

Inoltre, le riprese del film coincisero con il punto di rottura nel rapporto tra Mia Farrow e l’allora marito Frank Sinatra, che le fece recapitare le carte per il divorzio sul set. Infine la coincidenza più disarmante e tragica toccò proprio a Roman Polanski che appena un anno dopo perse la moglie Sharon Tate, assassinata dalla family di Charles Manson nella loro casa a Beverly Hills, proprio mentre era incinta. Da rabbrividire l’aneddoto di lavorazione riportato da CineFacts: mentre stavano girando una scena senza permessi, in cui Mia Farrow doveva attraversare la strada tra le auto con il suo finto pancione, Polanski rassicurò la troupe dicendo: “Chi pensate potrebbe mai fare del male a una donna incinta?”.

La cosa certa è che questo film maledetto è un pilastro fondamentale nell’immaginario e nella storia del genere, capace di generare la paura dell’ignoto nella vita quotidiana e ad oggi ancora uno dei film più citati nella filmografia horror.

Arianna Vietina

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