I-scream – L’Esorcista

L’Esorcista è uno dei film più citati del genere horror e finora forse anche il classico più celebre con cui mi confronto in questa rubrica. Avevo sentito numerose storie a riguardo prima di decidermi a vederlo qualche anno fa, in occasione dell’uscita della versione restaurata al cinema. E trovo che la sua fama sia decisamente meritata. Il film è del 1973, ma ancora oggi è straordinariamente efficace e fa davvero paura.

Cos’è L’Esorcista e perché è così celebre?

Il film ha come protagonista Regan (Linda Blair), una ragazzina di dodici anni che vive con la madre Chris (Ellen Burstyn), un’attrice molto richiesta. Senza apparente motivo Regan comincia a stare male, ad avere atteggiamenti violenti e incontrollabili, e la madre decide di farla curare, attraverso una serie di sempre più dolorosi interventi che non portano a nulla. Parallelamente seguiamo Padre Karras (Jason Miller), il prete della parrocchia situata accanto alla casa delle protagoniste, e scopriamo che in quel momento sta vivendo un distacco dalla fede, a cui coincide anche la morte dell’anziana madre e alcuni inquietanti eventi attorno alla chiesa. Passa un’ora di film prima che Padre Karras scopra che dietro l’angolo vive una bambina che potrebbe essere posseduta. Anche quando va a visitarla Karras è molto scettico all’idea di praticare l’esorcismo, ma di fronte all’evidenza della possessione Karra accetta di praticare il rituale. Viene mandato in sua aiuto Padre Merrin, prete più anziano interpretato da Max von Sydow. Questo prete non ci è sconosciuto, in quanto è il primo personaggio che ci è stato mostrato nel film, mentre attraversava il deserto iraniani alla ricerca di reperti archeologici.

Quando cominciamo la visione sappiamo che il film ci parlerà di un esorcismo, ma siamo introdotti nel mondo della narrazione da molto lontano, e siamo accompagnati in tutte le fasi che ci portano ad esso. Forse anche questa attesa aiuta ad accrescere il senso di tensione verso questo momento che è la risoluzione della storia.

Sin da subito siamo portati a interrogarci sul ruolo dell’anziano prete, poi a chiederci come è possibile che Regan sia posseduta e perché proprio lei. Infine veniamo attanagliati dalla domanda “Riusciranno a liberarla?”. Come già dicevo nel precedente articolo su Rosemary’s Baby il fulcro dei film sulla possessione è questo, non sapere se quel nemico invisibile se ne andrà dal corpo di una persona amata, in questo caso di una bambina molto piccola.

Veniamo qui al perché questo film è così sconvolgente. Il primo motivo è proprio legato alla scelta di mostrare la possessione in una bambina. (Elemento che tornerà anche nel film che analizzerò per il prossimo mese, The Wailing, uscita prevista 22 giugno). Lo spirito demoniaco che possiede una persona giovane, gioiosa, pura, è quasi intollerabile, e amplifica il dilemma sull’intervento: come faccio a non ferirla? Questa domanda rimane anche se Linda Blair, la giovane attrice che ha interpretato Regan, ha fatto davvero un lavoro interessante per trasfigurarsi gradualmente in un mostro. In questo lavoro il makeup è stato un aiuto fondamentale, dando alle piaghe, ai graffi e alle malformazioni della pelle quell’aspetto materico, fisico anche se non sempre realistico, che contribuisce in larga misura alla sensazione di paura che si prova. Il film riesce bene ad aggiungere una componente di disgusto alla sensazione di paura, attraverso questi effetti visivi, ma non solo. Nella scena dello psichiatra che ipotizza Regan, quando il demone dentro di lei prende la parola tutti i presenti portano le mani al naso e si allontanano. Noi non possiamo odorare il film, ma sappiamo che quella bambina puzza, ci viene comunicata una sensazione di disgusto che supera il limite fisico dello spettatore e ci porta quella sensazione dritta al cervello.

Si parla spesso della violenta reazione del pubblico alle prime proiezioni de L’Esorcista. Dopo averlo visto sono ben disposta a crederlo. Sebbene la nostra odierna soglia di tolleranza si sia alzata, questo è un film che sottilmente insinua una tensione insostenibile, come delle onde che si ingrossano e si infrangono in corrispondenza dei momenti di contatto con il demone, come la famosa spider walk. La gestazione operata per arrivare a queste scene di grande impatto, soprattutto simbolico, è lenta e studiata.

Pensiamo ai i lenti zoom indietro, che dal soggetto della ripresa vanno a svelare il quadro più ampio o una persona in ascolto dietro lo stipite, oppure alla tecnica dei tagli di montaggio che raccordano all’immagine successiva connotata da un suono assordante. Non è una paura di pancia, non si tratta di semplici jump scare.

Generalmente in tutto il genere horror il suono è fondamentale. Possiamo dire che un film horror osservato in muto dimezza il suo potere, e ne L’Esorcista questo è tremendamente vero. Non solo i suoni vengono usati in maniera spaesante e violenta, ma è stato fatto anche un intenso lavoro sulla voce. Regan è stata doppiata dall’attrice radiofonica Mercedes McCambridge, che ha storpiato la sua voce facendo uso eccessivo di alcol e sigarette. Poi la voce è stata mixata con versi i maiali, latrati di cani e suoni metallici, un lavoro senza precedenti che è valso poi un premio Oscar. La dimensione della voce è uno degli aspetti più importanti anche da un punto di vista simbolico, per creare la distanza tra visibile e presente. Se ne parla ampiamente nel bellissimo documentario di Slavoj Zizek The pervert’s guide to cinema, dove il filosofo analizza la dimensione traumatica della voce in quanto componente non organica, la cosa più vicina a un concetto di anima, un elemento che vive dentro di noi. Una possessione.

Il film ruota intorno a degli elementi indefiniti ma importanti. Il vecchio Padre Merrin cerca qualcosa nel deserto dell’Iraq, ma cosa? Ha scavato troppo in profondità e portato qualcosa di orribile alla luce? Padre Karras dubita la sua fede, in favore di che cosa? Queste figure, che afferiscono al titolo del film (che fa riferimento a un esorcista, non a un esorcismo) sono criptiche e indefinite, a tratti inquietanti. Per esempio mi è rimasto molto impresso un elemento di cui non si parla molto. Durante il film viene introdotto il personaggio del detective, che è lasciato ai bordi del mistero, non riesce ad avere il controllo su alcuna delle cose che accadono. L’unica cosa che sembra interessargli è invitare prima Padre Karras e poi Padre Dyer, alla fine del film, ad andare al cinema insieme. E puntualmente entrambi gli rispondono che il film lo hanno già visto. E’ come se sapessero qualcosa che a noi è ignoto.

Questi non detti amplificano il raggio del film al di fuori della pellicola, angoli di un puzzle più grande dove lo spazio di creazione è nostro. Quest’opera è stata resa celebre per scene agghiaccianti come la testa che ruota o la censurata scena del crocifisso, ma è ricco di elementi altri che ne connotano la costruzione. Scene meno ricordate come quella dell’intervento spinale a Regan piuttosto che citazioni fenomenali come “Grazie a Dio la mia volontà è debole”. Si potrebbero andare a cercare mille dietrologie, l’impotenza dei vecchi valori davanti a un ignoto che ci sta davanti, la giovane che paga per le generazioni precedenti, ma a dirla tutta non è un film che chiama questo tipo di riflessioni. Alla fine della visione non possiamo che amare la sua enigmaticità e accettare la nostra limitata capacità di comprensione. In compenso è un film di cui si è detto molto dei mille retroscena, dal regista che schiaffeggia gli attori per ottenere espressioni sorprese, piuttosto dei condizionatori azionati per congelare la stanza di Regan fino agli anni di terapia che Linda Blair ha dovuto fare dopo la lavorazione.

E’ sempre interessante scoprire questi trivia perché ci fanno capire che movimento c’è stato dietro la produzione, i problemi, le coincidenze, le personalità che hanno permesso a un lavoro del genere di diventare un capolavoro del cinema.

Voi che ne pensate? Lo avete visto? Vi ricordiamo che I-Scream è una rubrica mensile, quindi potete scoprire con noi tanti nuovi film horror! Continuate a seguirci!

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