I migliori film e le prime impressioni su Locarno 72

La collezione dei festival continua a crescere. Si è svolta dal 7 al 17 agosto la 72^ edizione del Festival di Locarno, a cui finalmente ho partecipato. Questo festival è tra i più antichi e importanti a livello europeo, insieme a Venezia, Cannes e Berlino, ma anche a livello internazionale, grazie alla sua capacità ricettiva aperta a tutti i paesi del mondo. Nella sua storia si è contraddistinto per avere saputo osservare cinematografie emergenti e autori audaci, spesso esterni ai circuiti più commerciali e popolari del cinema. Solo per citarne alcuni, il festival di Locarno ha premiato autori come Wang Bing, Albert Serra, Jafar Panahi, Claire Denis, Alexander Sokurov, Jim Jarmusch prima che questi raggiungessero circuiti più grossi quali quelli di Cannes o Venezia. Si può dire quindi che il festival del cinema di Locarno lavora alla ricerca della sperimentazione e di una completa libertà, così come sottolineato dal suo presidente Mario Solari durante la cerimonia di chiusura. 

La mia esperienza è stata molto positiva, poiché è vero che ho potuto vedere numerosi film di diverse sezioni e cercare di capire verso cosa tende il festival. Rispetto a festival che frequento da più tempo, come Venezia o Torino, Locarno ha diversi punti in comune. E’ un festival metropolitano come Torino, che però possiede un carpet e un sistema di premiere molto più simile a quello veneziano, che ospita autori piuttosto noti, ma non popolari. Quest’anno l’omaggio è stato dedicato per esempio a John Waters, autore controverso e diventato simbolo della controcultura trash con i suoi film provocatori. Il festival tenta inoltre di tenere insieme diverse tendenze: un concorso internazionale focalizzato sui giovani autori, ben due sezioni di concorso con intenti ancora più sperimentali (Cineasti del Presente e Moving Ahead), diversi focus sui cortometraggi, ma anche retrospettive (quest’anno una molto cospicua sul cinema black) e proiezioni evento di grandi autori, ideate anche per un pubblico più vasto e variegato. Quest’anno per esempio era possibile vedere C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino o il premio Palma d’Oro di quest’anno Parasite di Bong Joon-ho (non mi sono lasciata sfuggire nessuno dei due, ovviamente).

Parasite

Il festival si svolge in ben 14 sale, tutte diverse, dalla sala storica coi sedili in pelle del Gran Rex all’impianto da multisala del Palacinema fino al formato stadio del Palexpo Fevi (che ricorda molto il Palabiennale della Mostra del Cinema), ma il contesto più impressionante e unico dove vedere un film al festival di Locarno è la Piazza Grande, che permette fino ad 8000 persone di assistere a un magico cinema all’aperto. Quest’anno la serata inaugurale è stata anche scossa da un breve scroscio d’acqua, ma nessuno si è scomposto: tutti hanno tirato fuori le proprie giacche e ponchi e la visione è andata avanti. Le risata scambiate con la mia vicina di poltrona mentre dividevamo il mio impermeabile a mo di tenda resteranno parte indelebile di questa esperienza di cinefilia pura e spontanea. 

In generale però credo di aver visto i film più interessanti nelle sezioni altre rispetto al concorso internazionale, dove invece molte delle opere che ho visto mi sono parse un po’ incomplete: magari con idee geniali ma messa in scena semplice, curate ma meno ben scritte, insomma, quasi nessuno era un film da cui sono uscita dicendo “wow”.

Capiamoci: da nessun film sono uscita convinta di aver perso il mio tempo, quasi tutti i film mi hanno lasciato qualcosa e hanno contribuito a creare il mosaico degli interessi del festival nel cinema. Qui di seguito vi riporto i miei preferiti di questa edizione:

Western (2017) di Valeska Grisebach, Germania, Austria, Bulgaria, Premio Raimondo Rezzonico. Il film segue l’ingresso di un team di operai tedeschi nell’aspro territorio bulgaro per realizzare una pompa d’acqua. L’incontro/scontro tra queste due realtà, entrambe con pregi e difetti, è raccontato in maniera delicata, abbracciando gli aspetti sia politici che umani di questa interazione. Pur essendo ambientato ai giorni nostri questo film è a tutti gli effetti un western, con donzelle in pericolo e cowboy che mangiano fagioli, con alle spalle vite difficili e la ricerca di un nuovo equilibrio. Questo film sta girando già da alcuni anni, ma in Italia è passato solo durante le Giornate degli Autori a Venezia. Era presente al festival per celebrare il premio Raimondo Rezzonico assegnato alla casa di produzione Komplizen Film, che ha tra i fondatori Maren Ade regista di Ti presento Toni Erdmann.

Space Dogs (2019) di Elsa Kremser e Levin Peter, Austria, Germania, Cineasti del Presente. Presentato nel concorso Cineasti del Presente secondo me questo film aveva tutte le carte per vincere. Partendo dalle suggestioni della storia di Laica e dei cagnolini inviati nello spazio nelle missioni russe, i due registi osservano il comportamento dei cani randagi di Mosca, abbassandosi al loro livello e seguendoli nelle loro normali attività. Gli uomini compaiono raramente, fanno parte dello sfondo nel mondo di questi cani. Il punto di vista è decisamente diverso dal solito e noi spettatori siamo accompagnati in queste suggestioni dello sguardo solo da una voce over che ci racconta le missioni spaziali, e il ruolo di questi piccoli esploratori. Un film capace di fare scelte audaci, che non ha paura di impressionare il pubblico con la violenza della strada, ma che al tempo stesso apre alla poesia delle immagini nella loro accezione più semplice.

Prazer, Camaradas! (A Pleasure, Camrades!, 2019) di José Filipe Costa, Portogallo, Fuori Concorso. Il film racconta il movimento di giovani che si trasferirono in Portogallo alla fine del regime autoritario nel ‘75. Solo che a raccontare questa storia sono i veri protagonisti, ormai più anziani, che fingono di essere di nuovo giovani. L’effetto di compressione temporale è magico, divertente e fine, perché ci permette di vedere come la libertà di pensiero e il desiderio di lavorare per costruire un mondo migliore non abbia età. Un film molto attuale, che fa riflettere proprio sulla presa di coscienza e la necessità di creare delle comunità dove sviluppare un pensiero critico, ma anche mangiare, scoprire nuove culture, scambiare opinioni e fare l’amore liberi dai tabù della società patriarcale. Un grande plauso per questo regista che ha saputo raccontare una esperienza storica recente in maniera interessante e unica.

L’île aux oiseaux (Bird Island, 2019) di Maya Kosa e Sergio da Costa, Svizzera, Cineasti del Presente. Questa coppia di giovani registi ha seguito la passione per la bellezza dei volatili decidendo di ambientare la loro storia in un ricovero per uccelli feriti o malati. All’attenzione dello sguardo per la loro eleganza si affianca anche uno sguardo medico che cerca di carpirne il dolore e le necessità, in un modo spesso a loro ostile. Ad accompagnarli in questa convivenza nel ricovero c’è l’attore, che impersona un ragazzo appena uscito da una malattia che sta apprendendo le mansioni da operare nell’isola degli uccelli, tra cui principalmente quella di accudire i topolini che diverranno il pasto dei rapaci ospitati. Il film è estremamente delicato e rispettoso sebbene mostri sangue e morte, e raccontando una storia semplice apre in realtà a un immaginario più complesso, in cui possiamo vedere la metafora dell’immigrazione, dei conflitti oltre il mediterraneo e anche lo spaesamento dei giovani che si approcciano al lavoro come mondo precario. 

L’île aux oiseaux

Wilcox (2019) di Denis Côté, Canada, Fuori concorso. Si tratta di un film completamente muto ispirato alle storie di celebri eremiti contemporanei come Christopher McCandless. Wilcox è un ex militare (almeno così sembra dato che lui non ce lo spiega) che vaga per le campagne, osservando il mondo che lo circonda con l’aria di chi cerca un disincanto perduto. Ogni notte monta la sua tenda o stende il suo materassino in qualche casa abbandonata, e si lascia cullare dalle piccole gioie di un pasto in scatola scaldato sul fuoco o un topolino che si lascia accarezzare. Non sappiamo perché faccia questa vita, ma il film ci mostra in maniera unica quella libertà che lui ha acquisito. Certo questa libertà non è una scelta facile, e il film monta proprio su questo quesito: quanto abbiamo bisogno del legame con un logo che possiamo chiamare casa. Il film non solo è privo di dialoghi, ma spesso annulla anche i suoni ambientali in una sorta di brusio di sottofondo indistinto, così che dobbiamo affidarci solo alle immagini, elaborate in maniera piuttosto particolare.

Lengmo weyjang lengmo (The Cold Raising The Cold, 2019) di Rong Guang Rong, Italia, Cineasti del Presente. Film cinese sperimentale, ispirato a fatti reali e intenzionato a toccare alcuni aspetti della società attraverso il viaggio errante di un killer. Ho avuto la fortuna inoltre di vedere questo film in compagnia di una giovane regista cinese che mi ha dato la sua interpretazione su diversi aspetti del film. Ad esempio alla fine del film invece dei titoli compaiono solo due frasi “Da tutti coloro che hanno realizzato questo film” e “a tutti quelli che avranno un’opinione su di esso”. Dal mio punto di vista era una soluzione diversa di sottolineare l’intento politico del film, alto al punto da svincolarlo dalla proprietà personale, mentre questa ragazza mi ha detto che probabilmente questa assenza di nomi può rendere il film più agevole nella circolazione senza danneggiare gli autori, che sicuramente non hanno l’avallo della censura del loro paese. Il film inoltre ho scoperto essere prodotto dalla moglie del regista, che è italiana. Questo film quindi, oltre ad essere un prodotto completamente diverso da tutti i film cinesi che ho mai visto, è anche un ponte di collegamento con il mio paese, elemento che me l’ha fatto adottare definitivamente. 

Vitalina Varela (2019) di Pedro Costa, Portogallo, Concorso Internazionale. Mentre scrivo è già noto che questo film ha vinto il premio principale dell’edizione di quest’anno, perciò può sembrare una scelta quasi di comodo. Questo è in effetti il film che meglio incarna gli intenti del concorso, a mio parere il più adatto a competere e quindi anche il più meritevole di vincere. La storia del ritorno a casa di Vitalina Varela dopo la morte dell’ex-marito viene dipinta dal regista in quella che sembra una unica lunga notte di tormento, dove i fantasmi del passato si stagliano negli ambienti bui, ritagliati da lame di luce. Credo sia innegabile una parentela con l’arte pittorica di Francisco Goya, uno dei più importanti artisti del dolore. Il buio della scena e il buio della sala si fondono alla perfezione, dandoci una sensazione di immersione unica, favorita anche da queste luci che rendono ogni immagine profonda e tridimensionale. Gusto per la composizione impeccabile, con numerosi quadri fissi che siamo costretti a osservare a lungo, fino a percepirne le minime, magiche variazioni

Tabi no owari sekai no hajimari (To the end of the earth, 2019) di Kiyoshi Kurosawa, Japan, Uzbekistan, Qatar, Film di Chiusura. La reporter giapponese Yoko si trova in Uzbekistan per realizzare un documentario televisivo, per il quale le viene richiesto di immergersi in un lago, testare il cibo locale e provare una giostra estrema, sempre concludendo con il sorriso stampato e la voce vivace. Lei accetta tutto, in una gara costante con se stessa per sopravvivere in questo mondo nuovo, lontano da casa. In realtà ciò che la spinge è soprattutto la ricerca di se, di uno spazio personale e creativo dove sostenere la propria autostima e trovare la strada per i suoi sogni. Come spesso accade è proprio viaggiando che scopriamo chi siamo davvero, e questo viaggio è raccontato in maniera buffa e concreta da Kurosawa, che non perde occasione per stupire con uno stile dinamico, che agli stilemi più propri della rappresentazione giapponese affianca uno sguardo aperto alla varietà del mondo esterno.

To the end of the earth

Tutti questi sono film molto differenti l’uno dall’altro, tutti con qualcosa di atipico e interessante al di là che si tratti di autori ormai assodati oppure giovani autori. Sono quelli che mi porterò nel cuore in futuro, insieme all’esperienza del festival, che va a comporre il mio quadro più generale sulla manifestazioni incentrate sul cinema nel mondo. 

Infine ci tengo a dire due parole sui cortometraggi di giovani autori che ho visto al festival. Oltre a una sezione competitiva, Locarno ospita lavori di giovani autori anche nel programma Film Academy e nella sezione che mostra i lavori provenienti dalle scuole. Tra questi almeno alcuni vorrei citarli, per la loro acutezza, audacia e bellezza.

  • Journey through a body di Camille Degeye
  • Notturno di Giulio Pettenò
  • Brotherhood di Francesco Montagner
  • Find Fix Finish di Sylvain Cruiziat e Mila Zhluktenko

Il festival di Locarno è stato un evento molto arricchente e raro. Non so se riuscirò a tornare con frequenza, anche perché la Svizzera è molto più cara dell’Italia, ma prendendo le dovute misure penso sia un’esperienza da fare, per tutti i motivi che ho raccontato nell’articolo.

Che dite, ci vorreste andare?

Immagine di RSI Radiotelevisione Svizzera

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