Gli 8 (+1) registi che hanno vinto due Palme d’Oro

Uno degli elementi più sconcertanti di Cannes 2019 è la quantità di registi celebri e riconosciuti come maestri presenti in concorso. Parliamo dei nomi più noti come Tarantino, Almodovar o Jarmusch, e l’idea che si “scontrino” tra loro per uno dei più importanti premi cinematografici al mondo fa venire la pelle d’oca.

Però il festival di Cannes conta nella sua storia numerose palme per artisti meno famosi e nei suoi settantuno anni di vita ha dato risalto con il suo premio più importante a ventisei diversi paesi nel mondo. Si può quindi dire che è un festival poco ripetitivo, attento alle novità, alle filmografie minori e non soggetto all’istinto di lusingare con riconoscimenti i nomi più grossi. Questo fa sicuramente ben sperare per i tanti autori meno conosciuti che parteciperanno al concorso, come Mati Diop (Francia), Justine Triet (Francia) o Diao Yi’nan (Cina), regista che anche se non suona familiare si è già aggiudicato un Orso d’Oro per Fuochi d’artificio in pieno giorno nel 2014. Viene da domandarsi cosa stia provando anche l’esordiente Lady Ly (Mali), che con la sua opera prima Les Misérables correrà contro giganti del cinema come Malick, Loach e i fratelli Dardenne. Altri autori invece, anche se restano nomi in secondo piano, non sono sconosciuti al festival. Come Corneliu Porumboiu (Romania) che vinse la prestigiosa Caméra d’Or nel 2006, con il suo A Est di Bucarest, e ora torna a sorpresa in concorso.

Cannes ha una gerarchia di premi: il più prestigioso è la Palma d’oro, seguita dal Gran Prix de Jury e dai riconoscimenti per gli attori e la sceneggiatura. Poi ci sono i premi che coinvolgono anche le sezioni laterali, come la prestigiosa Camera D’Or che viene assegnata in caso di opere prime particolarmente interessanti. Nonostante questa gerarchia di premi non è detto che gli autori scalino la piramide in maniera ordinata, poiché le regole non sono così rigide, soprattutto se l’opera in questione riesce ad attestare la sua qualità.

Rimane il fatto che il traguardo della Palma d’Oro è un successo molto difficile da raggiungere, anche per registi capaci e riconosciuti. Nella storia però ci sono stati anche otto casi di registi che hanno vinto la Palma non una, ma ben due volte.

L’anguilla di Shōhei Imamura

Ecco quali sono:

1. Alf Sjöberg (Svezia)

1946 Iris och löjtnantshjärta (Iris fiore del nord), 1951 Fröken Julie (La notte del piacere)

E’ il primo regista ad aver conquistato due palme, eppure anche l’unico ad averle ricevute entrambe in ex aequo con altri registi. Infatti nel 1946, prima edizione del festival, vennero premiati con il Gran Prix ben 11 titoli, tutti rappresentanti di paesi differenti. Questa scelta avvenne per suggellare un obiettivo di pace e parità tra le nazioni. Nel 1951 invece Sjöberg divise il podio con Vittorio De Sica e il suo Miracolo a Milano. Nonostante sia sempre stato costretto a dividere il successo Sjöberg va ricordato quale caposaldo della filmografica svedese, che pose le basi per quello stile lirico che erediterà e svilupperà come suo tratto distintivo Ingmar Bergman.

2. Francis Ford Coppola (Stati Uniti)

1974 The conversation (La conversazione), 1979 Apocalypse Now

Difficile aggiungere qualcosa sulle due opere che Coppola ha portato alla conquista della Palma d’Oro. Sono due film ricordati in numerosi studi, passati alla storia per la capacità di rappresentare con sconcertante acume e perizia di dettagli dei viaggi tra la realtà e l’allucinazione, un sintomo della modernità che fa perdere ogni coordinata all’uomo. E’ da notare come Coppola sia l’unico regista statunitense ad aver doppiato il premio. Il suo linguaggio che affonda nel cinema classico e si sospinge in monumentali narrazioni capaci di catturare completamente lo spettatore è stato capace di conquistare le aspettative artistiche del festival.

3. Shōhei Imamura (Giappone)

1983 Narayama Bushiko (La ballata di Narayama), 1997, Unagi (L’anguilla)

Il giappone ha conquistato numerose Palme d’oro, tra cui l’ultima a Hirokazu Koreeda per Shoplifters. Dopo aver premiato uno degli ultimi film di Kurosawa, Kagemusha, nel 1980, e aver reso omaggio al cinema giapponese classico Cannes vira verso la Nouvelle Vague giapponese premiando due volte uno dei suoi massimi esponenti. Questa corrente, che condivide alcuni dei presupposti di quella francese, si è dedicata alla rivisitazione delle storie della tradizione e si è rivolta ai soggetti marginali, poveri e più autentici della società giapponese in evoluzione.

4. Emir Kusturica (Jugoslavia)

1985 Otac na službenom putu (Papà… è in viaggio d’affari), 1995 Underground

Kusturica iniziò la sua carriera col botto. Il suo primo film venne riconosciuto Miglior opera prima alla Mostra del Cinema di Venezia, e con il secondo conquistò la sua prima Palma D’Oro. Il regista venne subito notato per la sua irriverenza, il suo linguaggio grottesco e satirico, nonché una delle poche voci che si alzarono dalla Jugoslavia negli anni precedenti al conflitto. La consacrazione arriva con la seconda palma per il film considerato il suo capolavoro, Underground, film storico tra dramma e commedia grottesca.

5. Bille August (Danimarca)

1988 Pelle erobreren (Pelle alla conquista del mondo), 1992 Den goda viljan (Con le migliori intenzioni)

Probabilmente il nome meno noto di questa lista, sebbene abbia realizzato film in tempi recenti come ad esempio Un treno di notte per Lisbona presentato a Berlino. Il regista danese si è formato come direttore della fotografia prima di passare alla regia televisiva. Le due palme ricevute gli sono state assegnate per il suo quarto e quinto film, a una distanza ravvicinata di soli quattro anni. Due film molto diversi, uno tratto da un romanzo danese, che gli valse anche l’Oscar al Miglior Film Straniero, e il secondo basato sull’autobiografia di Ingmar Bergman, che lo ha co-sceneggiato. Dopo questi prodotti realizzati in patria August ha cominciato a lavorare in America, realizzando La casa degli spiriti e Les Misérables. Torna a lavorare in Danimarca 25 anni dopo la vittoria della seconda palma.

6. Jean-Pierre e Luc Dardenne (Belgio)

1999 Rosetta, 2005 L’enfant (L’enfant – Una storia d’amore)

Sono i figliocci prediletti del festival di Cannes che non hanno mai mancato di presentare i loro film di anno in anno, da Rosetta in poi. I fratelli Dardenne sono alcuni dei maestri di riferimento per il cinema d’inchiesta che non rinuncia al carattere sporco, movimentato, che simula una presa diretta, a un lato più poetico ed emotivo che viene instillato e prolungato fino a un culmine che porta lo spettatore a fare propria una crisi e una riflessione su di essa. I registi hanno partecipato al festival di Cannes con otto film (compreso Le Jeune Ahmed che verrà presentato in questa edizione), dato che conferma la loro capacità di continuare a rinnovare il loro cinema rimanendo nello spotlight del festival.

7. Michael Haneke (Austria)

2009 Das weiße Band – Eine deutsche Kindergeschichte (Il nastro bianco), 2012 Amour

Un altro regista molto caro al festival, che personalmente preferisco ai fratelli Dardenne. Haneke ha portato sette dei suoi film a Cannes, a partire da Funny Games fino al recente Happy End, proseguimento ideale di Amour. I due film che hanno vinto la prestigiosa palma sono molto diversi, il primo è un mistery in bianco e nero  radicato nelle inquietanti basi del nazismo, mentre il secondo racconta l’avvicinarsi alla morte di una coppia di anziani. L’ineluttabile torna nei film di Haneke donandogli quel senso di costrizione, di vicolo cieco da cui non si può fuggire. E paradossalmente è un regista che in questa sensazione crea un affezione, un senso di appartenenza per cui lo spettatore alla fine ama quel mondo, per quanto triste, perverso o privo di vie di fuga.

8. Ken Loach (Regno Unito)

2006 The Wind That Shakes the Barley (Il vento accarezza l’erba) , 2016 I, Daniel Blake (Io, Daniel Blake)

Arriviamo al regista che più recentemente ha conquistato le due palme. Solo tre anni fa Ken Loach ha doppiato il traguardo che aveva già raggiunto 10 anni prima con The Wind That Shakes the Barley. Sebbene i due film siano molto diversi tra loro permane il tratto distintivo di Loach, cioè il suo forte impegno sociale, il suo interesse per la riscrittura della storia dalla parte dei più deboli con un tocco di ironia che dona forza al suo lavoro. Il festival di Cannes premia molto le capacità tecniche ed estetiche di un regista più che guardare al suo contenuto (cosa invece più propria del festival di Berlino), ma nel caso di Loach l’eccezione serve. I temi sociali trattati da Loach sono messi in scena in maniera diretta, ma non scontata, senza discapito per elementi originali.

Amour di Michael Haneke

Dopo questa carrellata sugli otto registi che hanno già vinto due Palme d’Oro passiamo ai registi che già ne hanno vinta una e quest’anno potrebbero conquistarne una seconda.

Sei anni fa Abdellatif Kechiche vinse con La vita di Adele, premio molto controverso per le polemiche che scaturirono successivamente quando emersero dettagli sul metodo che Kechiche aveva usato per lavorare con le attrici protagoniste, soprattutto nelle scene di sesso. Il film è diventato subito un manifesto per la comunità LGBT e rimane un’opera molto poetica che ha conquistato il pubblico. Kechiche corre adesso con Mektoub, my love: Intermezzo, film di quattro ore che segue il precedente lavoro presentato lo scorso anno alla Mostra del Cinema di Venezia. Nonostante Kechiche sia ancora al centro delle critiche, per l’esposizione dei corpi quasi maniacale e i tempi interminabili delle sue pellicole, vedremo se con questo film riuscirà a tornare sulla cresta dell’onda.

Risale a otto anni fa la palma per The Tree of Life di Terrence Malick, autore intimista, noto per i suoi silenzi e le sue immagini oniriche, i cui film sono lunghi anche quando la durata è solo un ora e mezza. Uno dei registi più citati, acclamati e studiati torna in concorso a Cannes con un film che sembra molto diverso dalle sue ultime produzioni e ritorna invece alle prime opere come La sottile linea rossa. Si tratta di A Hidden Life, un film storico ambientato durante l’ascesa del nazismo. Inizialmente intitolato Radegund, questo lavoro vede come attore protagonista August Diehl (che forse ricordate come il perfido nazista della scena della locanda interrata in Bastardi senza gloria) e Bruno Ganz, che vedremo sullo schermo nella sua ultima fatica. Ambientato in Austria il film ha in sé anche un pezzettino di Italia: Malick ha girato per pochi giorni nel paese di Sappada, dove per riportarlo agli anni 40 ha fatto rimuovere i lampioni e coperto le strade asfaltate di ghiaia e fango. Questo ritorno al cinema storico sembra la novità a cui prestare più attenzione, sebbene dalle prime immagini sembra che la ricerca estetica sia molto conforme a quella operata per il più recente Song to Song. Staremo a vedere se con questo lavoro riuscirà a doppiare il suo precedente successo.

Infine uno dei registi più attesi in assoluto di questa competizione. Quentin Tarantino torna in concorso dopo 25 anni dalla sua prima palma d’oro per Pulp Fiction, il film che lo ha consacrato tra i nuovi maestri. Questo anniversario ha reso fondamentale la presenza di Tarantino, fortemente voluta sia dal direttore Thierry Frémaux che dalla stampa internazionale. Once Upon a Time in Hollywood è il nono film di Tarantino (e ricordiamo che lui vorrebbe chiudere la sua carriera al decimo) e le aspettative sono alle stelle sia per la storia, ambientata nell’industria cinematografica degli anni 70 e coincidente alle stragi compiute della family di Manson, sia per il cast stellare che prende parte al progetto, tra cui DiCaprio, Pitt, Robbie e gran parte degli usuali collaboratori di Tarantino. Il regista ha portato a Cannes, oltre a Pulp Fiction, anche Death Proof e Bastardi Senza Gloria, che però non riuscirono a spuntare il premio. Che questo sia l’anno della riscossa per il regista?

Lo scopriremo durante Cannes 2019!

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