CinemAmbiente 2019 #1: l’era dell’Antropocene

Dal 31 maggio al 5 giugno si è tenuta a Torino la 22^ edizione di CinemAmbiente, il festival che non ha bisogno di presentazioni. La sua proposta è già nel nome: film che parlano dell’ambiente in tutte le sue accezioni. Frequentando le numerose proiezioni che si sono svolte al Cinema Massimo abbiamo constatato come questo  sia il festival con la partecipazione più attiva della città. Immaginiamo sia perché il tema ambientale è di estrema importanza nel periodo storico che stiamo vivendo e l’interesse delle persone è molto alto. Inoltre le proiezioni sono state tutte a ingresso gratuito e quasi tutte accompagnate dal commento degli autori in sala, elementi che incentivano sempre la presenza del pubblico.

All’interno del maxi tema ambiente sono stati proposti diversi lavori che hanno affrontato le tematiche più disparate, dalle miniere alle conseguenze Wi-Fi, dalle specie in estinzione all’avanzamento tecnologico della robotica.

Tutti questi temi sono stati distribuiti all’interno delle varie sezioni del festival: i documentari internazionali, i documentari italiani e la sezione di concorso dei documentari one hour. Questa divisione è dovuta alla scelta di voler inserire all’interno della programmazione del festival anche film non tecnicamente di alta qualità, ma la cui partecipazione è stata rilevante per l’importanza dei temi trattati. Un esempio è Messaggi dalla fine del mondo, un documentario realizzato per la televisione svizzera, e la cosa si percepisce da subito. Il formato corto, l’uso costante di musica e alcune inquadrature ripetute spesso fanno intuire che è stato pensato per avere qualche pausa pubblicitaria nel mezzo. Il film racconta dell’esperienza di cinque ragazzi invitati a partecipare a un viaggio nell’Artico per constatare l’impatto del cambiamento climatico e comunicarlo con il mondo attraverso i social, in maniera rapida e personale. Il concetto di promuovere consapevolezza e cambiamento avvicinando i giovani e i loro mezzi alla fonte del problema dello scioglimento dei ghiacci è davvero interessante, e il programma ha avuto i suoi risultati in termini di visualizzazioni. Peccato che a livello visivo non sia un film così interessante, ma soprassediamo considerando l’importanza del tema e il punto di vista originale.

Messaggi dalla fine del mondo

In questo primo articolo sul festival vogliamo parlare dei film che abbiamo visto focalizzati alla questione ambientale propriamente detta, attraverso uno dei punti principali dell’edizione di quest’anno: come l’uomo ha stravolto completamente gli equilibri del pianeta.

È ciò che che viene rappresentato dal fotografo statunitense James Balog nelle sue fotografie e nel documentario The Human Element (regia di Matthew Testa), presentato tra gli Eventi Speciali. Balog ha ricevuto il Premio Movies Save the Planet, che ogni anno CinemAmbiente assegna a un artista che nei suoi lavori declina il tema dell’ambiente e della natura. In The Human Element Balog lancia un messaggio molto chiaro. Oltre agli antichi elementi base che vengono considerati parte della Natura, che sono Acqua, Aria, Fuoco e Terra, viviamo in un’epoca in cui bisogna considerare il definitivo inserimento di un quinto elemento: l’Uomo.
Il suo effetto è stato ed è senza ombra di dubbio, devastante. Ma c’è ancora tanta bellezza e c’è ancora speranza perché, come ha detto Balog, non abbiamo il privilegio di rinunciare. Durante l’incontro con la stampa ha citato una frase di Franklin D. Roosevelt: “The only thing we have to fear is fear itself”. Perché la paura è solo rabbia che rivolgiamo all’interno di noi stessi, mentre in questo momento il pianeta ha bisogno di “rabbia esterna”. Rabbia nel senso di azione, di dare voce a quello che abbiamo da dire e di parlare il più possibile dei cambiamenti climatici per intraprendere la via verso la consapevolezza.

Antropocene: the Human Epoch è il film esempio della riflessione su questo tema. Nasce  dalla necessità di far riconoscere quest’epoca come l’Antropocene, cioè l’epoca dominata dalle scelte dell’uomo, in cui noi esseri umani siamo la forza motrice del cambiamento globale.Un film che corre dallo sfruttamento dell’avorio alle cave di marmo di Carrara, passando per l’escavatore più grande del mondo e le discariche del Kenya, correndo da un punto all’altro nel tentativo di realizzare un quadro completo. Alla fine sembra davvero di aver percorso dei chilometri, ma in generale il ritmo e la scelta di inquadrature e movimenti di macchina originali rende il tutto molto godibile. Se non fosse che stiamo parlando dei mali che affliggono la terra.

Earth è un film altamente autoriale. Presentato alla Berlinale, questo è il più lungo tra i lavori proiettati al festival e racconta “solo” di miniere e cave sparse per il mondo. La struttura del film è molto semplice, perché ogni miniera viene raccontata allo stesso modo, in una sorta di successione di capitoli: ognuno di questi si apre con una ripresa aerea della miniera, con sovrascritto il suo nome; poi si passa a mostrare gli strumenti e il ritmo di lavoro nella miniera, e pian piano vengono introdotte una, due o tre interviste ai lavoratori. Il regista mette in atto uno schema ben preciso, seguendo silenziosamente i movimenti degli operai, ascoltando le loro parole ponendo solo poche sporadiche domande e lasciando che siano loro a comporre il quadro drammatico di cui fanno parte.

Su The Last Male on Earth diciamo solo poche parole, perché al riguardo abbiamo un interessante aneddoto che andrà nel prossimo articolo relativo a CinemAmbiente, e che troverete qui.

The Last Male on Earth

Questo film racconta gli ultimi mesi dell’ultimo rinoceronte bianco maschio dell’Africa settentrionale, Sudan, deceduto l’anno scorso. La regista ha raccontato di aver voluto raccontare questa storia quando vide sul giornale una foto di Sudan con quattro soldati armati di fucile che lo attorniavano per proteggerlo. Ha pensato che se un rinoceronte, notoriamente uno degli animali più pericolosi al mondo, aveva bisogno di protezione allora qualcosa stava andando davvero male. Così si è recata nel parco naturale che lo ospitava e ha costruito questo film attraverso le persone che lavoravano intorno a Sudan, la direttrice della riserva, il suo guardiano, le guide, le guardie armate e anche i visitatori. Ne risulta un quadro molto toccante, l’ultima testimonianza su una specie che rischia di non esistere più. Ancora non è detta l’ultima parola, poiché nel parco ci sono due femmine della stessa specie. Una compagnia di inseminazione artificiale italiana è incaricata di provare a fecondare le due femmine nella speranza di poter ripopolare la specie.

Siccome i temi affrontati durante il festival sono stati diversi, e approcciati da differenti stili di regia, abbiamo deciso di riservare alcuni focus di cui parleremo prossimamente, tra i quali il progresso tecnologico della robotica e l’impatto sociale di un nuovo mercato globale.

Li troverete tutti qui, continuate a seguirci!

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  1. Pingback: CinemAmbiente 2019 #2: Il futuro è dei robot? - Pepperminds Blog

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