C’era una volta a Roma: le ispirazioni italiane di Tarantino

C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino è ormai nelle sale da settimane ma continua a far parlare di sé. Qual è il segreto del regista? Come fa a catalizzare l’attenzione in questo modo? È indubbio che una buona parte la faccia la ricchezza di contenuti del suo cinema, ovvero quella stratificazione se non semantica almeno segnica che la sua cinefilia è in grado di formulare attraverso la scrittura per immagini. Non si tratta solo di nomi e titoli ma della loro messa in scena. A un occhio attento non sfugge come la continua riflessione intorno alle visioni del giovane Quentin abbia avuto e continui ad avere una forte influenza sull’immaginario del cinquantenne Tarantino. Ogni film visto, ogni attore adorato, rimane lì come in filigrana anche sotto la vicenda più inventata o il più finzionale dei personaggi. Come un virus, la sua cultura cinematografica dilaga nella sua idea di mondo, paradossalmente scorrendo nelle arterie della memoria come un antidoto alla realtà dei fatti e sostituendo ad essa la verità emotiva della creazione. “Ammappate!”, direte voi. Non vi si può dare torto. Perciò vi proponiamo una (am)mappatura dei modelli che hanno ispirato una particolare sequenza di C’era una volta… a Hollywood: i sei mesi europei di Rick Dalton!

Grazie all’aiuto di Marvin Schwartz, produttore realmente esistito e qui affidato ad Al Pacino, il divetto interpretato da Leonardo DiCaprio lascia la California e i set televisivi per trascorrere metà del 1969 a Cinecittà e realizzare quattro pellicole. Tre di esse sono spaghetti western mentre l’ultimo è una specie di James Bond all’italiana. Si tratta di due generi che quell’anno erano già quasi tramontati ma questa realtà non frena Tarantino nella sua ricostruzione e anzi lo incoraggia ad omaggiarli con tutta la libertà di cui è capace, mescolando le carte dei modelli fino quasi a raggiungere il caos totale. In questo articolo cercheremo di riordinare le idee, ma è corretto premettere che non è stato possibile ridurre le quattro disamine ad altrettanti confronti one to one e che si è preferito quindi esplorare quelli che intuitivamente sono state le ispirazioni dei singoli film inventati dall’autore americano per dare al suo personaggio un momento di gloria romana. L’unica analisi cui si presta la sequenza è perciò quella delle locandine nei suoi dettagli informativi, la scelta del cast e del regista, gli evidenti richiami del titolo a film realmente esistenti e la loro collocazione temporale. Ma è necessario ricordare che Rick Dalton rappresenta un’idea di attore da B-Movie come ce ne sono stati centinaia in quel periodo storico e che ogni riferimento è puro amore, esattamente come quello dimostrato nei confronti di un’epoca, di un sistema e di Sharon Tate. 

Cominciamo da Nebraska Jim di Sergio Corbucci. Con questo titolo uscì in Germania Ringo del Nebraska (1966) di Antonio Román e (non accreditato) Mario Bava. Quentin certamente lo sa ma non si fa troppi problemi ad affidare il progetto finzionale a quello che considera il secondo miglior regista di spaghetti western dopo Sergio Leone. Corbucci viene ricordato soprattutto per la crudezza con cui mette in scena la violenza e la stravaganza di alcune idee, come quella del protagonista di Django (1966) che trascina una bara ovunque vada. Quest’ultimo film, poi, era già nume tutelare di Django Unchained (2012) ed è perciò evidente l’importanza rivestita da quel regista nell’immaginario tarantiniano. Non sembra che ci sia molto altro da dire al riguardo.

Curiosa è invece la scelta di far firmare Uccidimi subito Ringo, disse il Gringo a Calvin Jackson Padget. Questo è infatti lo pseudonimo usato da Giorgio Ferroni per girare una manciata di spaghetti western, ma bisogna specificare che il regista perugino non è esattamente fra i preferiti di Tarantino. Quantomeno non appare nella lista dei film del genere amati dal Nostro, ed è perciò strano che questi abbia pensato proprio a lui quando poteva spaziare in una rosa di nomi che va da Giulio Petroni a Duccio Tessari a Tonino Valerii. È però interessante il fatto che la voce narrante indichi come co-interprete Joseph Cotten: attore americano, amico fraterno di Orson Welles e protagonista de I crudeli (1967) di Corbucci, pellicola musicata ovviamente da Ennio Morricone.

Il terzo e ultimo western Dalton lo gira in Spagna, una co-produzione intitolata Red Blood, Red Skin e diretta da Rafael Romero Marchent. Il film sarebbe tratto dal romanzo “L’unico indiano buono è un indiano morto” di Floyd Ray Wilson, autore inesistente ma senza dubbio antenato del Floyd Wilson che cadeva sotto i pugni di Butch Coolidge/Bruce Willis in Pulp Fiction (1994). Marchent invece esiste, è nato a Madrid nel 1926 e secondo le fonti reperibili sul web dovrebbe essere ancora vivo. Ha diretto film in spagnolo che da noi sono usciti con titoli come Una donna per Ringo (1966) pur non avendo in realtà niente a che fare con la saga di quel pistolero. La finta pellicola vanta fra gli attori anche Telly Savalas, americano di origini greche noto per aver interpretato il tenente Kojak nell’omonima serie TV ma anche per aver rappresentato la quintessenza del cattivo in Una ragione per vivere e una per morire (1972) di Valerii al fianco di James Coburn e Bud Spencer. 

Chiude la fortunata stagione italiana di Rick un film di tutt’altro genere perché legato alle imitazioni di 007 che invasero le sale negli anni fra il 1964 e il 1967, affiancate e seguite da altrettante se non più parodie. Operazione Dyn-o-mite uscirebbe quindi fuori tempo massimo e porterebbe la firma di Antonio Margheriti, il quale effettivamente girò due pellicole di questo tipo con lo pseudonimo Anthony Dawson: A 077 – Sfida ai killers (1966) e Operazione Goldman (1966). Il cast è ricco di nomi che all’epoca comparivano un po’ dappertutto come Gordon Mitchell e Michael Rennie. Mentre se avete visto Bastardi senza gloria (2009), Margheriti non ha bisogno di presentazioni perché è uno dei nomi usati dagli americani per infiltrarsi alla proiezione dei nazisti. Oltretutto, il regista realizzò anche Joe l’implacabile (1967), che non ci interesserebbe se non fosse che l’anno dopo influenzerà la scelta del titolo Joe Bass l’implacabile per il bel film di Sidney Pollack, nel quale recitava niente meno che Telly Savalas. Corto circuito? Come al solito, ringraziate Tarantino.

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