Black Mirror: la quinta stagione è davvero da buttare?

La quinta stagione di Black Mirror non sarebbe mai potuta essere come la immaginavamo. Dobbiamo accettare questo prima di cominciare a urlare allo stupro di una serie.

Black Mirror è una serie amatissima che è già cambiata tanto dall’acquisizione da parte di Netflix e che dalla terza stagione in poi ha raccolto larghe schiere di detrattori.

Come già accennavamo nella nostra Breve Guida per sopravvivere a Black Mirror, la serie è cambiata dopo essere stata comprata dal colosso dello streaming americano, diventando più pop, usando attori americani, riducendo (secondo molti) la violenza e tornando su temi già affrontati.

Personalmente noi non siamo d’accordo.

Pretendere che una serie resti immutata negli anni nonostante un grosso cambio di regimi di produzione è ingenuo, ma anche controproducente. Black Mirror viene ancora prodotta, al contrario di tante altre serie TV, forse proprio in virtù della sua capacità di adattarsi, di modificarsi e reinventarsi attraverso i nuovi episodi.

Ed è questo quel che è successo nella nuova stagione. Dopo la quarta, bastonata per i tanti cambiamenti di stile, di cui è molto esemplificativo Metalhead, e l’esperimento del film interattivo Bandersnatch, Chris Brooker, l’ideatore della serie, ha deciso di cambiare ancora.

Questi episodi infatti sono decisamente soft rispetto alle stagioni precedenti, ma soprattutto sono meno tecnologicizzati.

Black Mirror ha sempre parlato di come l’uomo manipola le nuove tecnologie arrivando a situazioni estreme, ma qui gli estremi non sono eccessivi e si parla molto più dell’uomo e di come si relaziona con la tecnologia che ha a disposizione. La tecnologia non è più solo un nemico pericoloso da combattere, ma è parte integrante delle vite dei personaggi e quello che viene analizzato è l’effetto che questa ha sulle loro vite. Si tratta di un’evoluzione del tutto in linea con le dinamiche della serie.

Parleremo di tutti e tre gli episodi, saranno presenti spoiler, quindi se non avete ancora visto la quinta stagione di Black Mirror vi aspettiamo dopo la visione.

Prendiamo l’esempio di Striking Vipers. Già diversi altri episodi ci avevano parlato del rapporto malato che può nascere dall’incontro tra un uomo e un videogioco: in Playtest un giocatore alla ricerca del brivido si trova intrappolato in una realtà virtuale troppo realistica che gli fa perdere la testa, mente in USS Callister l’ideatore del videogioco riusciva a trasferirci all’interno i suoi colleghi per avere finalmente il controllo su di loro. La componente tecnologica veniva spiegata ampiamente, era necessaria all’azione e la risoluzione dell’intreccio risiedeva proprio nel comprendere le dinamiche di quella tecnologia e disinnescarla. Striking Vipers invece non fa tutto questo. Ci presenta il dilemma ordinario del desiderio di evasione di un uomo sposato che trova in un videogioco una diversione insperata: crede di potersi distrarre trascorrendo qualche ora giocando in streaming con il vecchio amico d’infanzia e invece scopre di poter avere dei rapporti sessuali tra avatar da cui trarre piacere fisico reale. Ma il confronto con l’opportunità fornita da questa tecnologia avviene nella vita reale, nel confronto tra i due uomini e poi con la moglie tradita del protagonista. È interessante come questo confronto finale ci venga tenuto oscuro, ci viene mostrato solo il conseguente, inatteso lieto fine.

Black Mirror solitamente non ha lieto fine, poiché l’uomo arriva a capire il danno che ha fatto solo troppo tardi. Qui invece la capacità dei personaggi di confrontarsi umanamente li aiuta a trovare un equilibrio reale, usando coscientemente la tecnologia.

Qualcosa di simile succede anche in Smithereens, il secondo episodio. L’abuso di una tecnologia, un social network che ha tutti i connotati di Facebook, ha rovinato la vita del protagonista. Invece di hackerare in risposta il sistema (cosa che abbiamo visto succedere in Hated in the Nation), lui decide di agire sul piano della vita vera, sequestrando un dipendente della compagnia e chiedendo in cambio una telefonata con il fondatore del social network. Nelle puntate precedenti di Black Mirror di solito era un sistema macroscopico a influenzare la vita di un singolo, ma qui avviene il contrario. Un singolo uomo, guidato dal suo sentimento, più che istinto, lotta ferocemente per ottenere l’ascolto da parte di un altro essere umano, coinvolgendo nella scalata tutto il sistema che gli sta intorno.

Questo atto viene riconosciuto dal fondatore del social, che ci viene presentato come una figura ieratica in fuga dalla tecnologia, desideroso anch’esso di quel rapporto umano perduto. Anche lui è vittima della macchina che ha creato, o almeno così sembra. Il criptico finale di puntata ci lascia comunque il dubbio.

L’ultimo episodio, Rachel, Jack and Ashley Too, fa qualcosa di ancora diverso. La trama ruota intorno a delle ragazze adolescenti e insicure, raccontando una storia indirizzata a un pubblico più giovane, diverso da quello che ha conosciuto il Black Mirror dell’inizio. Non a caso è l’episodio in cui compare Miley Cyrus, che è stata una teen idol per molto tempo. Questo è decisamente un breve film con prologo, tre atti e conclusione, anche se non particolarmente ben scritto. Sembra elaborato per riportare direttamente a quei film con protagonisti adolescenti che si vedevano su Disney Channel. Che sia un tentativo mirato ad ampliare il pubblico della serie?

Dei tre episodi è però quello in cui la tecnologia permea maggiormente l’intreccio, poichè si parla di A.I. e di sistemi avanzati per estrarre materiale dal cervello di una persona in coma, e qui la tecnologia ha un ruolo decisamente più attivo rispetto agli altri due episodi. La bambolina Ashley Too è un mix tra la memoria umana ereditata, in stile Humandroid, e un robot con presa di coscienza, fondamentale per lo sviluppo della trama.

Abbiamo guardato l’episodio con piacevole leggerezza proprio perché connotato da tutti quei momenti del teen drama: l’adolescente appena trasferita, la recita scolastica, la fuga di casa in macchina e gli inseguimenti improbabili, e naturalmente il lieto fine in cui il cattivo finalmente viene scoperto di fronte a un gremito pubblico. E’ stato un po’ un effetto nostalgia che non passa tramite le ambientazioni, cosa che aveva fatto San Junipero, ma attraverso le dinamiche narrative del film adolescenziale.

In definitiva si, questa stagione di Black Mirror è completamente diversa dalle altre. In peggio? Secondo noi no.

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